SANDRO BOLCHI sito ufficiale

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SANDRO BOLCHI

21 giugno 2017

Sandro Bolchi – Regista,  Sceneggiatore, Giornalista (Voghera, 18 gennaio 1924 – Roma, 2 agosto 2005)

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Pare che tutte le bimbe abbiano una adorazione per il papà. Io no. Almeno fino ai sette anni. Quell’omone di un metro e ottantacinque e centodieci chili di peso mi terrorizzava.. Anche perché lo vedevo poco. Una volta a sei anni per cercare di essere carina gli dissi sognante: papà come porti bene la valigia. Ma lui partì lo stesso.

Mio padre è sempre stato un uomo intraprendente, direi inarrestabile. Ha fondato a ventiquattro anni un teatro stabile La Soffitta e non si è vergognato di contattare Memo Benassi che era un divo e lo convinse a recitare per lui.

Poi è cominciata l’avventura televisiva. Il primo contratto lo ha ottenuto con l’inganno. Dopo aver passato mesi nei corridoi della Rai per domandare se ci fosse qualcosa, trova un tabellone con le produzioni in programma e una priva del nome del regista. Scrive il suo.

Quando si parla di Sandro Bolchi si parla di un’epoca pionieristica della televisione ed in parte è vero. Negli anni ’60 i rapporti umani erano più semplici, immediati . Mio padre era vulcanico. Una scrivania piena di libri e cioccolatini ,un lettore goloso e vorace che sfornava proposte come un flipper palline.

Quando pensò di fare i Promessi Sposi andò dall allora Direttore Generale e disse” Vorrei fare i promessi sposi”. E l’altro rispose : “e tu falli”. Oggi non sarebbe pensabile un approccio di questo tipo.

Quindi mio padre era viziato dalla possibilità di bussare alle porte ( spesso entrava direttamente) ed essere ascoltato , godere di stima illimitata ed avere un’autonomia decisionale totale. Il suo essere il cavallo di razza della tv lo rendeva libero ma ligio. Mai un giorno di ritardo sui piani di produzione previsti. Il suo motto: genio e regolatezza.

Sono cresciuta con le dirette del Riccardo terzo con i musical di Garinei e Giovannini ,con la Messa da requiem di Verdi. Il giorno dopo la scuola saltava  ma la tesi era “recupererà, vuoi mettere quello che ha imparato ieri o quanto si è divertita”. Era vero.

Poi ho cominciato a lavorare con lui: segretaria di edizione, aiuto regista etc..Quasi tutto quello che so l’ho imparato stando attenta. Lo studio maniacale del testo, l’amore per gli attori che vanno guidati (oggi sembra quasi una bestemmia),l’abilità nel risolvere la povertà di budget con soluzioni che si rivelavano più valide e moderne.Quello che mi ha sempre colpito di mio padre era la capacità di rialzare la testa in ogni occasione (come tutti ha avuto i suoi momenti no) e ricominciare senza piagnistei o recriminazioni.

 

Susanna Bolchi

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Bolchi Sandro (Voghera, Pavia, 1924) regista. Dopo la laurea in lettere, ha esordito come attore al teatro «Guf» di Trieste, esperienza che ha proseguito anche dopo il trasferimento a Bologna, dove ha iniziato l’attività giornalistica e approfondito quella di regista. Nel 1950 ha fondato con alcuni amici divenuti poi celebri (Lamberto Sechi, Vittorio Vecchi. Luciano Damiani, Giuseppe Partirei, Giorgio Vecchietti) uno dei primi teatri stabili d’Italia, «La Soffitta», che ha avuto però vita breve (fu chiuso nel 1952) a causa di difficoltà finanziarie. Ha ottenuto i primi successi come regista teatrale allestendo L’imperatore Jones di O’Neill e L’avaro di Molière. Nel 1956 ha esordito come regista televisivo con la commedia Frana allo Scalo Nord di Ugo Betti. Da allora ha diretto per la TV un gran numero di sceneggiati, per lo più tratti dai capolavori della letteratura ottocentesca, e per cinque anni è stato premiato quale miglior regista italiano. Nel 1963 si è cimentato nella trasposizione televisiva de Il mulino del Po. tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli e sceneggiato insieme all’autore, che Bolchi considererà sempre come il suo più importante lavoro televisivo: nello stesso anno ha realizzato Demetrio Pianelli, dal romanzo di Emilio De Marchi. Nel 1964 ha diretto I miserabili da Victor Hugo, nel 1967 I promessi sposi da Alessandro Manzoni, nel 1968 Le mie prigioni da Silvio Pellico, nel 19691 I fratelli Karamazov da Dostoevskij, l’anno successivo Il cappello del prete da Emilio De Marchi, nel 1972 I demoni da Dostoevskij, nel 1973 Puccini, una biografia del musicista, nel 1974 Anna Karenina da Tolstoj, nel 1976 Camilla, da un romanzo di Fausta Cialente, nel 1978 Disonora il padre, dal romanzo di Enzo Biagi, nel 1979 Bel Ami, nel 1984 Melodramma, nel 1988 La coscienza di Zeno e nel 1989 Solo. Soprannominato dagli amici il «regista dei mattoni», per il carattere serio delle sue opere, Bolchi resta certamente l’autore più rappresentativo dei tentativi di conferire alla televisione la stessa dignità riconosciuta al cinema e al teatro. Convinto assertore della funzione pedagogica del mezzo nuovo, ha contribuito attraverso i suoi numerosi sceneggiati a divulgare la conoscenza di grandi opere della letteratura. Per questo motivo è stato accusato di mancare di una certa levità e di esprimere nei confronti dell’originale una fedeltà troppo umile e quasi ossessiva. Ma la sua trasposizione dei Promessi sposi, se paragonata a quella di Nocita del 1989, appare a distanza di molti anni stilisticamente più controllata e meno esposta alle mode del consumo. (Enciclopedia della Televisione, Garzanti Editore, Milano 1996, pagg. 80-81)

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SANDRO BOLCHI AS A DIRECTOR:
Born in Voghera the 18th of January 1924 in a family coming from Novi Ligure (Alessandria, Piemonte), he graduated in Literature and started his career as an actor working at the Guf theatre of Trieste. He continued with this activity even after moving to Bologna, where he began working as a journalist and deepen his knowledge of direction, founding, in 1948, a theatre called La Soffitta. Between his former successful works are L’imperatore Jones by O’Neil and the ‘Avaro by Molière. From 1956 he’s been especially up to television, beginning with Frana allo scalo Nord by Ugo Betti, realizing with a solid tecnique and a great sense of the show a lot of comedies and representations of novels, productions based on a big commitment and that obtained a lot of success (I miserabili, I promessi sposi, Anna Karenina, I fratelli Karamàzov and I Demoni by Fedor Dostoevskij – script by the writer Diego Fabbri); Il crogiuolo, Il mulino del Po, first and second part, of whom he also worked for the reduction with the same author of the novel, Riccardo Bacchelli; La coscienza di Zeno, from Italo Svevo’s novel; Le mie prigioni, by Silvio Pellico, and Assunta Spina). This are the reasons why the audience will always remember him as the “televion shootings director”.Sandro Bolchi also collaborated for a long time as a journalist with the Corriere della Sera, and directed more than one hundred operas, breaking in for several seasons La Scala (Milano) and the Arena (Verona) theatres. He has been a poliedric artist, that won for five years running the award as best director, fact that obliged the organizers to change the regulations, in order for the other participants to have more space.
Sandro Bolchi died in Rome the 2nd of August 2005. It was curious and made waves reading on the newspapers about the absence of RAI chiefs at his funeral, celebrated in the Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo (Rome).

 

 

 

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20 giugno 2017

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Per vent’anni  Sandro Bolchi è stato il nostro regista tv di maggior successo, quello al quale venivano affidate le produzioni di grande impegno, dal Mulino del Po ai Miserabili, dai Fratelli Karamazov ai Promessi sposi ad Anna Karenina. Bolchi è stato un grande narratore tradizionale, dal segno corposo e incisivo, ottimo direttore della recitazione (ha valorizzato un’intera generazione di attori televisivi, da Moschin a Grassilli, a Orsini, a Valeria Moriconi, ha offerto a mostri sacri come Tofano, Carraro, Buazzelli, Randone, splendide opportunità). Il «regno» di Bolchi è stato messo in crisi dalla sparizione della prosa in tv e anche del teleromanzo fluviale che aveva fatto la sua fortuna. Tuttavia il regista continua ad essere molto attivo (tra le sue direzioni degli anni Ottanta Melodramma col suo attore favorito Gastone Moschin e Lulù al servizio di Mariangela Melato).

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SANDRO BOLCHI – TIMELINE

19 giugno 2017

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SERVO D’AMORE (1995)

18 giugno 2017

Servo d’amore è un film per la televisione trasmesso su Rai 2 nel settembre 1995, con Remo Girone, Ottavia Piccolo, Paola Pitagora, Valentina Forte, diretto da Sandro Bolchi.

 

ùChe succede quando un avvocato perbene, rassegnato e ormai avviato verso la cinquantina, perde la testa per una fanciulla giovane, scapestrata e disponibile? “Gli sale la pressione, molla tutto, diventa schiavo della passione. Insomma per usare un termine di moda, trasgredisce” risponde Remo Girone che oggi sarà su RaiDue in prima serata con il film tv Servo d’ amore. Autore e regista è Sandro Bolchi, settantuno anni, uno degli inventori dello sceneggiato televisivo, attualmente in convalescenza dopo un intervento alla gola e, da tempo, in rotta di collisione con la Rai, ‘ colpevole’ di produrre poco. In un cassetto di viale Mazzini c’ è ancora un suo copione, acquistato da Giampaolo Sodano per i Vicerè di De Roberto; ma il responsabile della fiction, è noto, non ama le commedie in costume, anche perché costano troppo. Servo d’ amore invece è stato girato in ampex a Milano. “E’ una produzione interna” sottolinea Girone, “racconta la storia di un serio professionista che sull’ autostrada per Torino, bloccata dai tifosi della partita Juventus-Milan, incontra una ragazzina (Valentina Forte, vincitrice della selezione italiana per la seconda parte di ‘ Via col vento’ ndr), “matta, simpatica, con un solo mito nella vita, Van Basten e un genitore cassintegrato che cercherà di stuprarla”. Per difendersi la teenager disadattata uccide il padre-padrone e sarà compito dell’ avvocato difenderla. Questo melò d’ autore, la definizione è dello stesso Bolchi, ha riferimenti celebri: da ‘ Un amore’ di Dino Buzzati a ‘ Senilità’ di Italo svevo. E, anche senza la bionda sensualità di una splendida Brigitte Bardot in ‘ La ragazza del peccato’ di Claude Autant-Lara, che inguaia l’ anziano legale Jean Gabin, la storia è molto simile. “Mi innamoro, perdutamente, e scopro il sesso” continua Girone “la sistemo in un appartamento in centro, lascio la mia amante di sempre, Paola Pitagora, professione antiquaria, con la quale poi convolo a giuste nozze, faccio soffrire mia sorella, Ottavia Piccolo, zitella impolverata che ha sempre diviso la mia rigorosa quotidianità”. “E io mi ammalo di cancro e muoio” dice la Piccolo che è a Venezia, per presentare il film ‘ Bidoni’ di Felice Farina “però muoio felice perché prima mi sposo con l’ uomo che amo”.

ASSUNTA SPINA (1992)

17 giugno 2017

Assunta Spina è un’opera teatrale scritta da Salvatore Di Giacomo, successivamente riproposta sullo schermo prima nel 1915 (come film muto con Francesca Bertini e Gustavo Serena), nel 1948 da Eduardo De Filippo con Anna Magnani nel ruolo della protagonista e nel 1992 da Sandro Bolchi per la Rai (due puntate).

L’opera, ambientata nella Napoli di inizio ‘900 (è stata scritta nel 1909), narra la storie di Assunta Spina, una ragazza proprietaria di una stireria ed il cui fascino attira l’attenzione di diversi uomini. Assunta ha una relazione con Michele Boccadifuoco che, per gelosia e possessione, la sfregia e viene processato. Assunta cerca di negare l’accaduto, ma è lo stesso Michele a confessare; viene condannato a due anni di galera e per Assunta sarà difficile rivederlo in questo periodo di tempo, anche perché non viene mandato al carcere di Napoli ma a quello di Avellino. A questo punto interviene Federico Funelli, il cancelliere, che può fare in modo che la destinazione resti Napoli. Assunta capisce, però, che in cambio Funelli vuole il suo corpo e così decide di concedersi per poter vedere due volte al mese Michele. Da chiarire è, però, il rapporto che c’è tra Assunta e Michele: non c’è amore, ma solo una relazione, per quanto passionale, che Assunta non vede come vincolante. Mentre Michele è in carcere, tra Assunta e Funelli nasce una relazione, senza che la prima però sappia che il secondo ha una famiglia. Col tempo il rapporto si logora e Funelli si allontana progressivamente, fino a non farsi più sentire. Una sera Assunta dà un ultimatum a Funelli e lo costringe ad andare da lei per parlare; nel frattempo, però, all’insaputa di tutti, Michele è stato scarcerato in anticipo e si reca da Assunta per farle una sorpresa. Quest’ultima, vedendolo, decide di confessare tutto e di dire a Michele della sua relazione con Funelli. Nonostante la sua disperazione all’idea di dover tornare in carcere per colpa di Assunta, Michele si arrende al suo orgoglio e, preso un coltello, esce in strada ed uccide Federico Funelli. All’arrivo delle guardie, però, Assunta decide di prendersi la colpa di tutto salvando così Michele.

LA COSCIENZA DI ZENO (1988)

16 giugno 2017

Prodotta da First Film per Rai 2, era tratta dal romanzo omonimo di Italo Svevo ed interpretata, nel ruolo principale di Zeno Cosini, da Johnny Dorelli, qui impegnato in una delle sue prime interpretazioni drammatiche dopo il successo ottenuto come cantante melodico ed attore comico (Dorellik) e brillante.

La sceneggiatura della fiction televisiva (le cui riprese vennero effettuate a Trieste), era curata come già nel precedente sceneggiato televisivo del 1966 di Daniele D’Anza dallo stesso titolo – La coscienza di Zeno – dal giornalista, critico e drammaturgo Tullio Kezich coadiuvato da Dante Guardamagna.

Il cast vedeva all’opera, oltre a Dorelli, le attrici Ottavia Piccolo ed Eleonora Brigliadori, rispettivamente nei panni della moglie e della cognata del protagonista. Completavano la distribuzione Christiane Jean e gli esperti Mario Maranzana, Sergio Fantoni, Andrea Giordana ed Alain Cuny.

 

Sandro Bolchi, regista dello sceneggiato televisivo del 1988 La coscienza di Zeno, approfondisce alcuni temi del celebre romanzo di Italo Svevo (Trieste, 1861 – Motta di Livenza, Treviso, 1928). Il primo “incontro” del regista con La coscienza di Zeno risale agli anni del Ginnasio a Trieste, con un insegnante d’eccezione come Gianni Stuparich.Il romanzo è un viaggio nella coscienza, con l’aiuto della psicanalisi, una lunga confessione del protagonista, Zeno Cosini, al proprio psicanalista, a cui “racconta molte bugie e da cui sa bene che non sarà mai guarito” Zeno Cosini è fragile, emotivo, nevrotico, impegnato in una costante ricerca della tranquillità ed i suoi incontri sono dettati dal bisogno di protezione e di sicurezza.
Il lato ironico del personaggio è messo particolarmente in risalto da Bolchi, soprattutto nella scelta di un attore sardonico, comico ma non troppo, come Johnny Dorelli.
Il racconto del regista, tratto dal programma Una sera, un libro di Maurizio Cascavilla, è alternato a sequenze tratte dallo sceneggiato televisivo trasmesso dalla Rai nel 1998 e diretto dallo stesso Bolchi.

http://www.raiscuola.rai.it/embed/sandro-bolchi-racconta-la-coscienza-di-zeno/3576/default.aspx

SOLO (1989)

16 giugno 2017

LA POGGI, MAMMA PENTITA

ROMA Capelli biondi raccolti sulla nuca, occhi luminosi anche se affaticati, un trucco teso ad invecchiare il volto sorridente, ed ecco che Daniela Poggi torna a fare la madre di famiglia per il piccolo schermo in Solo, film in tre parti diretto da Sandro Bolchi per RaiDue, è una donna in carriera che, pur amando il figlio Nico (di dieci anni, interpretato da Daniele Panichi), dopo una relazione extraconiugale finisce per trascurarlo, acuendo le sue angosce adolescenziali. Le solitudini dei bambini di oggi sono molto più atroci di quelle di ieri. E’ arrivata l’ ora di mettere in discussione la miopia dei genitori del nostro tempo, afferma Bolchi, antesignano degli sceneggiati televisivi (da Il mulino del Po, a I promessi sposi e Puccini), oggi particolarmente attento alle problematiche della nostra società. Dichiarato omaggio al celebre I bambini ci guardano di Vittorio De Sica (un regista che ho molto amato e che continuo a riscoprire), il telefilm Solo, scritto da Lucio Mandarà, prodotto dalla First Film al costo di tre miliardi e mezzo di lire, ripercorre piccoli e grandi traumi di un ragazzo di famiglia borghese al quale solo apparentemente la vita ha dato tutto. Sì, il padre Adriano (Jacques Perrin), è un avvocato di successo ed è tanto affettuso, la madre, Lorenza, è una affermata pubblicitaria e gli fa tanti regali, ma lui a casa li vede solo per pochi minuti al giorno. Con i genitori latitanti, il bambino passa quindi le giornate davanti alla tv: con la colf Feliciana o con un’ amica sedicenne, Paolina. E nel piccolo schermo trova anche un eroe da imitare: il fisico Daniele Massarà (Ray Lovelock), una sorta di fascinoso Zichichi con rubrica televisiva settimanale, che per un fortunato caso è anche amico di famiglia. Ma la tranquillità è solo in superficie. Nubi nere si addensano sul piccolo e solitario Nico: prima scopre che la madre e il fisico sono amanti, poi che il padre è uomo vile (finirà suicida), la cameriera muore di peritonite, l’ amichetta Paola lo abbandona per vivere la sua prima esperienza sessuale. La delusione e lo sconforto crescono perciò nell’ animo del bambino, il mondo dei grandi gli appare sempre più fosco. Certo, si può obiettare che in Solo (nel ‘ 90 su RaiDue) un concentrato di disgrazie si abbatta sul piccolo protagonista, ma pare che la regia di Bolchi non tocchi i tasti del patetismo. E la conferma viene anche dalla protagonista femminile, Daniela Poggi, all’ ultima settimana di lavorazione. A parte che non bisogna pensare solo a far ridere la gente, ma a volte occorre farla riflettere senza preoccuparsi dell’ eventuale commozione, dice l’ attrice, la regia non rincorre la lacrima facile, le scene non sono mai melense, io piango due volte in tutto il film. Ribadisce che sul set c’ è sempre stato un clima ideale, anche se rivela due o tre momenti di leggera frizione con il regista, per la mia gestualità. La Poggi, pur ricordando che in un primo tempo la sua parte era stata affidata alla Brigliadori (mi dispiace che Eleonora si sia ammalata, io l’ ammiro molto), si dice gratificata della chiamata da parte di un maestro come Bolchi. Arrivai tardi per una parte nella sua La coscienza di Zeno, ma poi lui si ricordò della mia buona prova recitativa in Una specie di storia d’ amore di Miller: così, appena finito con il teatro, il giorno dopo, mi sono ritrovata sul set di Solo, ripete Daniela Poggi, e aggiunge con un pizzico d’ orgoglio: dopo aver fatto tanti zig-zag tra cinema, teatro e televisione, credo di essermi meritata questa bella parte in Solo, frutto anche di scelte sofferte. Ma lo sapete che io ho rinunciato a lavorare in Lascia o raddoppia?….

di LEANDRO PALESTINI

UNA DONNA A VENEZIA (1986)

15 giugno 2017

Un film di Sandro Bolchi. Con Lea MassariFernando ReyAnna GalienaElena Sofia Ricci Formato Serie TV, Drammatico– Italia 1986.

Una signora veneziana ha parecchi guai con i figli di primo letto dell’anziano marito: il maschio che fa il croupier e cova vizi oscuri e la femmina che passa da un amante all’altro.

VENEZIA E UNA DONNA DI NOME LEA MASSARI

INSTANCABILE, Sandro Bolchi. Puntuale al suo incontro annuale con il pubblico della Raitv, al quale è legato da reciproca fedeltà da un quarto di secolo. Le ultime stagioni lo hanno visto proporsi con “La vigna di uve nere”, “Melodramma”, “Lulù”. Ed eccolo di nuovo con il film televisivo in quattro parti Una donna a Venezia (coprodotto RaiDue-First Film-Taurus Film), da questa sera ogni mercoledì alle 20,30. Il punto di partenza è un racconto dello stesso Bolchi, pubblicato anni fa sul “Corriere della Sera”, che il regista ha sceneggiato con Dante Guardamagna e Lucio Mandarà. Protagonista l’ attrice preferita dall’ autore: Lea Massari, attorno alla quale si riunisce un bel cast composto tra gli altri da Fernando Rey, Anna Melato, Elena Sofia Ricci, Lino Troisi. Il racconto muove da (e ruota intorno a) una suggestione che ha ispirato innumerevoli artisti tra i quali, per esplicita confessione di Bolchi, non è certo ultimo Thomas Mann: Venezia città lagunare, luogo in cui le passioni sono come attutite, soffocate dall’ acqua, in cui i ritmi e i tempi sono necessariamente lenti e composti. Luogo, insomma, dei grandi conflitti tra apparenze e ciò che le apparenze celano, in cui i gesti misurati contrastano con le tempeste dell’ anima. Tanto il tema che lo stile scelto per narrare corrispondono ai sentimenti che Venezia suggerisce agli autori. Il teatro dell’ azione è l’ antico palazzo del conte Alvise Albergati (Rey), nobiluomo di antico stampo, (animo artistico e adoratore di Wagner, pronto a svendere i suoi Canaletto per resistere alla volgarità dei tempi. Egli è circondato da una famiglia che malgrado il rispetto delle forme e di uno stile di vita improntato alla più civile pacatezza, si va disgregando. Ciascuno dei quattro figli gli dà motivo di delusione e amarezza: uno fa il croupier e non riesce del tutto a dissimulare tendenze omosessuali, un’ altra dà scandalo e colleziona perdite al gioco… Su tutti domina però la figura della moglie-madre (Massari), donna dal passato difficile, il solo elemento “sano” della famiglia, colei che sa portare serenamente sulle spalle un grande peso. Giustamente alla ricerca di un linguaggio che fosse in sintonia con quello che Bolchi definisce “il fiato lungo della laguna”, il regista ha avuto la mano felice nello scegliere un tipo di narrazione “senza fretta” (le stonature sono semmai provocate dalle situazioni e dai personaggi troppo “grintosi”, che rischiano di fare un po’ “Dallas sulla laguna”). Di confezione, secondo i consueti standard di Bolchi, elegante e corretta, il film si vede come qualcosa di non indispensabile ma convenzionalmente gradevole.

di PAOLO D’ AGOSTINI

LULU’ (1986)

14 giugno 2017 2 Commenti

Lulù è uno sceneggiato televisivo del 1986, tratto dall’omonima commedia di Carlo Bertolazzi. Con  Mariangela MelatoDaniele FormicaMassimo LopezAndrea OcchipintiPietro De VicoSergio FiorentiniCaterina BorattoMicheline PresleRiccardo GarroneGiancarlo DettoriGianni Agus e Raffaele Pisu.

 

Mario, studente di nobile famiglia milanese, si innamora di Lulù, una giovane sciantosa. Mentre lo studente si trova a casa di Lulù, arriva il protettore di lei e gli consegna le chiavi dell’appartamento. Mario, che aveva ingenuamente creduto nella buona fede di Lulù, si allontana dalla casa sconvolto. Quando dopo qualche tempo ritorna, non la trova più: ha lasciato l’appartamento ed è tornata a vivere con i suoi genitori, persone di discutibili principi, che suggeriscono alla figlia di fingere una gravidanza. Mario, sentendosi responsabile, sposa Lulù contro il volere della sua famiglia e continua gli studi a Milano, trovando sistemazione in campagna in una casa lasciatagli dalla nonna. Lulù comincia a trovare noiosa la vita di campagna e riprende una vecchia relazione. Quando Mario viene messo sull’avviso da una lettera anonima, si precipita a casa e sorprende Lulù con l’amante. Questi, minacciato da Mario, gli spara, ma colpisce Lulù che si era frapposta fra i due.

MELODRAMMA (1984)

13 giugno 2017

 

Un famoso cantante operistico, ormai nella fase discendente della carriera, accetta di prestare la sua immagine per un fotoromanzo su Rigoletto (siamo negli anni Cinquanta). La giovane primattrice del fumetto si innamora di lui (o almeno così sembra al pover’uomo che si lascia invischiare da lei in una storia di difficile uscita).

DOPO anni dedicati ad illustrare, per la televisione, i grandi classici della letteratura, dai Promessi sposi ai Karamazov, alla Karenina, Sandro Bolchi si è voluto affrancare dell’ etichetta di autore di romanzi sceneggiati. Lo ha fatto per gradi, prima affrontando, meglio, traducendo per il teleschermo autori più vicini a noi, ed è il caso della recente Vigna di uve nere dal romanzo di Livia De Stefani, ora portando in tv una storia sua, Melodramma, pensata per essere pubblicata, a puntate, su un quotidiano, poi tradotta in un tv film in quattro parti da Dante e Daniela Guardamagna ed ora giunto alla messa in onda. Melodramma è, naturalmente, una vicenda che ha come sfondo l’ ambiente della lirica. Un ambiente che Bolchi, da buon emiliano e con le sue centoventi e passa regie d’ opera firmate un po’ in tutto il mondo, conosce benissimo. Suo padre, racconta Bolchi, aveva una bellissima voce di baritono, ma, nonostante questa voce fosse apprezzata nientemeno che da Toscanini, restò, papà Bolchi, cantante dilettante. Melodramma, avendo a protagonista un baritono, è un po’ un omaggio dell’ autore a suo padre. Ma con la figura paterna, pare di capire, a parte la voce, questo Aldo Scotti, le cui vicende sono raccontate in Melodramma, ha poco a che fare. Intanto perchè Aldo Scotti è un cantante affermato, anzi è arrivato nella fase calante della sua carriera, ma siamo a Milano nel 1956, resta pur sempre il protagonista del Rigoletto alla Scala e può contare su un pubblico che lo apprezza ancora. Aldo Scotti (che sullo schermo è Gastone Moschin) è sposato con una cantante francese (Andrea Ferreol), una donna che, come spesso accade alle mogli di personaggi famosi, ha rinunciato, per stare accanto al suo uomo, a una sua autonoma e già bene avviata carriera di cantante. Un bel giorno, a Scotti viene fatta una strana proposta: perchè, lui, famoso Rigoletto sulla scena, non interpreta in un fotoromanzo il ruolo di Rigoletto? Il compenso è più che vantaggioso. La partner una ragazza molto bella. Il fotoromanzo sarà realizzato a Mantova, nei luoghi di Rigoletto. Scotti accetta: sarà Rigoletto in quelli che la moglie difinisce i “tableaux vivants per le serve”. A Palazzo Ducale Scotti incontra la sua partner, che si chiama Iris d’ Amato, diva incontrastata del fotoromanzo anni Cinquanta. E’ bellissima, disinibita, stranamente attratta da quell’ uomo tanto più anziano di lei e così diverso da quelli che è abituata a frequentare. Lui se ne innamora, trascorre con lei, a Mantova, al termine delle riprese, una serata galeotta. Tornato a Milano non fa che pensare a lei, la va a cercare, le chiede di partecipare a uno show televisivo assieme, lei accetta. E fin qui la prima puntata, quella si stasera (RaiUno, ore 20,30), che è poi la meno melodrammatica delle quattro, un po’ perchè, per raccontare l’ ambiente del fotoromanzo, Bolchi inserisce nella vicenda dei caratteri che spezzano il ritmo dell’ azione, dandogli qualche spunto comico, con l’ ambile presa in giro dei tic di un regista altoatesino (Daniele Formica) e di un truccatore romano (Toni Ucci). La tragedia, il melodramma del titolo, è appena accennato nel brutto giro di conoscenze che viene attribuito alla divetta del fotoromanzo. Sarà con il venire in primo piano di questo brutto giro milanese che, dalla prossima settimana, i fatti precipiteranno verso il dramma finale. Girato quasi tutto in presa diretta e in ampex, con esterni a Mantova, Milano, sul lago di Como, Melodramma rappresenta un evoluzione nel modo di fare televisione di Sandro Bolchi. Se la puntata d’ avvio, proprio per il suo disperdersi in descrizioni d’ ambiente, sembra la più lenta e la meno azzeccata nella scansione di un dialogo che, a tratti, suona – come dire – artificioso, man mano che la tragedia prende il sopravvento, grazie anche alla bravura degli interpreti (oltre a Moschin una intensa e bellissima Laura Lattuada), il ritmo dello sceneggiato si fa più stringente, più incalzante, in una parola più vero e al di là di qualche piccola riserva, Melodramma vale comunque una serata da trascorrere davanti al televisore. E poi questo personaggio di protagonista perdente, quest’ uomo eternamente destinato a essere antagonista sulla scena solo per il fatto di avere una voce di baritono, è raccontato con grande affetto, con simpatia autentica, con una tenerezza quasi verdiana.

di RINO ALESSI

DEI MIEI BOLLENTI SPIRITI (1984)

12 giugno 2017

Le avventure di un cameriere veneto che negli anni della Resistenza pensa poco alla Resistenza e molto alle donne e all’opera lirica.

Con Marina VladyGiovanni VettorazzoPino Colizzi Commedia– Italia 1981.

CARMELO IN MUSICA (1981)

10 giugno 2017

Dal copione allo spartito, l’ultima provocazione di Carmelo Bene. Bene presenta il Manfred di Byron e Schumann alla Fenice di Venezia.

DISONORA IL PADRE (1978)

8 giugno 2017

Il romanzo parzialmente autobiografico di Enzo Biagi, prende le mosse dall’Italia povera e contadina dei primi decenni del XX secolo.

Scritto in prima persona, è la storia di un giovane nato a Pianaccio sull’Appennino tosco-emiliano da un padre che lavora in una fabbrica a Bologna e da una madre che ha un parente avvocato, fascista, che sta a Roma ed è molto prossimo a Benito Mussolini.

Frequentate con profitto le scuole, allo scoppio della seconda guerra mondiale il protagonista diventa giornalista praticante presso il Resto del Carlino di Bologna.

L’8 settembre, per sfuggire alla coscrizione della Repubblica Sociale, si unisce alle formazioni di Giustizia e Libertà. Nel dopoguerra è caporedattore del Resto del CarlinoBologna, ha due figli dei quali non condivide la passione politica, e l’hobby della filatelia.

CAMILLA (1977)

7 giugno 2017

Milano, 1945. La guerra è finita. Ma la vita è tutt’altro che facile per chi deve ricominciare da zero, tra macerie e miseria. E’ il caso di Camilla, donna non più giovane, abbandonata dal marito proprio allo scoppio del conflitto, con tre figli tra i 17 e i 20 anni da avviare alla vita. Dal romanzo di Fausta Cialiente, Un inverno freddissimo, pubblicato nel 1966, la commovente storia di una “madre coraggio” all’italiana. Con Giulietta Masina.

Anno di messa in onda: 1976 (Rete 1)
Dal romanzo Un inverno freddissimo di Fausta Cialente
Sceneggiatura: Tullio Pinelli
Collaborazione alla sceneggiatura: Sandro Bolchi
Costumi: Lalli Ramous
Scene: Filippo Corradi Cervi
Consulente musicale: Franco Cerri
Regia: Sandro Bolchi
Personaggi e interpreti: Camilla (Giulietta Masina), Nicola (Antonio Fattorini), Il comandante (Luigi Montini), Un partigiano (Evar Maran), Guido (Paolo Turco), Arrigo (Ernesto Colli), Milena (Maria Grazia Grassini), Alba (Jenny Tamburi), Lalla (Maria Teresa Martino), Franco (Renato Mori), La madre di Camilla (Isa Miranda), Il materassaio (Walter Valdi), La portinaia (Giuliana Pogliani), Enzo (Giancarlo Dettori)

MANON (1977)

6 giugno 2017

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Ispirata al romanzo dell’abate Antoine François Prévost Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut, l’opera fu composta fra l’estate del 1889 e l’ottobre del 1892. Ad allungare i tempi della composizione fu soprattutto la difficile gestazione di un libretto che passò tra le mani di molti letterati – in particolare Marco PragaDomenico Oliva e Luigi Illica – e che fu pubblicato da Ricordi senza i nomi degli autori.

Tale girandola di librettisti dimostra, in ultima analisi, come l’unico vero “autore” di Manon Lescaut sia stato Puccini, che tra l’altro sconvolse il piano drammaturgico iniziale eliminando di sana pianta un atto: quello del nido d’amore degli innamorati, tra gli attuali atti primo e secondo.

Con Monica Guerritore

 

 

LA PAGA DEL SABATO (1977)

5 giugno 2017

Dal romanzo di Beppe Fenoglio, Ettore, un ex partigiano che fatica a rientrare nella quotidianità della vita del dopoguerra, non si adatta all’attività lavorativa quotidiana, contrapposta all’ideale della guerra partigiana. Deciso a consentire una vita economicamente dignitosa alla fidanzata Vanda, collabora con Bianco, ex partigiano anch’egli, dedito a traffici illegali.

UN CERTO MARCONI (1976)

4 giugno 2017

L’avventura umana e intellettuale del grande scienziato italiano, premio Nobel per la Fisica nel 1909, raccontata dal suo stesso protagonista in un immaginaria intervista rilasciata al termine della sua vita, a bordo dell’”Elettra”, il panfilo dei suoi più straordinari esperimenti.

Anno di messa in onda: 1974 (Programma nazionale)
Regia: Sandro Bolchi
Sceneggiatura: Benvenuto Garone, Diego Fabbri
Con Gualtiero De Angelis, Luigi La Monica, Andrea Matteuzzi, Giuseppe Addobbati, Piero Biondi, Consalvo Dell’Arti, Sandro Dori, Attilio Dottesio
Scene e costumi: Sandro Dell’Orco
Musiche: Mario Bertolazzi
Fotografia: Giuliano Giustini
Consulente scientifico: Ten. Col. Franco Cremona
Produzione: Intervision realizzata da Mario Davidde

COSI’ E’, SE VI PARE (1974)

2 giugno 2017

Con Romolo ValliRina MorelliPaolo Stoppa Drammatico– Italia 1974.

La vita di una tranquilla cittadina di provincia viene scossa dall’arrivo di un nuovo impiegato, il Signor Ponza, e della suocera, la Signora Frola, scampati ad un terribile terremoto nella Marsica. Si mormora, tuttavia, che assieme ai due sia giunta in città anche la moglie del Signor Ponza, anche se nessuno l’ha mai vista. I coniugi Ponza alloggiano all’ultimo piano di un caseggiato periferico, mentre la Signora Frola vive in un elegante appartamentino. Il trio viene così coinvolto nelle chiacchiere del paese, che vedono il signor Ponza come un “mostro” che impedisce alla suocera di vedere la figlia tenuta chiusa a chiave in casa.

ANNA KARENINA (1974)

1 giugno 2017

Riduzione televisiva del romanzo omonimo Anna Karenina di Lev Tolstoj, fu realizzato nella fase finale della stagione dei grandi sceneggiati della RAI basati su celeberrime opere letterarie.

La sua produzione avvenne in concomitanza del centenario di pubblicazione dell’opera tolstojana che racconta l’impossibile ricerca della felicità e le vicissitudini di una donna, Anna Karenina appunto, innamorata e votata al suicidio come estremo atto di accusa verso l’atteggiamento gretto e puritano della società di quell’epoca.

La lavorazione della fiction fu piuttosto laboriosa e lunga (quattro mesi sul set con l’impiego di numerosi attori per complicate scene corali con danze in salotti ottocenteschi affollati da eleganti dame e azzimati cavalieri)

CARLO GOZZI (1974)

31 maggio 2017

Gastone Moschin nei panni di Carlo Gozzi, il bravo, sfortunato, complessato e intrigante commediografo veneziano contemporaneo e rivale di Goldoni

PUCCINI (1973)

30 maggio 2017

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Lo sceneggiato Puccini, regia di Sandro Bolchi, con Alberto LionelloIlaria OcchiniTino Carraro, viene trasmesso in 5 puntate, dal 7 Gennaio al 4 Febbraio 1973.

 

Non l’edizione trasmessa dalla Rai nel 1973, cinque puntate da quaranta minuti ciascuna, bensì il raro restore cut, la versione originale precedente ai tagli operati per l’adattamento televisivo: cinque episodi di diversa durata, alcuni oltre gli ottanta minuti. Questa l’emozionante scoperta del professor Pier Marco De Santi proprio durante la visione di martedì sera, cui è seguita la decisione, in accordo con l’entusiasta pubblico, di proseguire la lunga proiezione nella serata successiva.

Puccini di Sandro Bolchi ripercorre con precisione e intensità i tratti salienti della biografia del Maestro, alternando in modo armonico le vicende della vita privata ai grandi successi delle opere: un piccolo grande capolavoro della televisione italiana, irripetibile e, visti i tempi che corrono, impossibile da emulare. Questo romanzo sceneggiato (la definizione originale e più corretta di tale genere), è uno degli altri grandi titoli ormai dimenticati dal palinsesto Rai, tra cui ricordiamo I promessi sposi (1967), I Miserabili (1964), Una Tragedia Americana (1962), Le inchieste del commissario Maigret (1964-1972), giusto per citarne alcuni.

La sigla iniziale contribuisce fin da subito a creare l’atmosfera: immagini del lago di Massaciuccoli, piccole case di pescatori, barchini e giunchi mossi dal vento, accompagnate dalla struggente delicatezza del Coro Muto di Madama Butterfly.

Siamo a Milano, negli anni dei traballanti successi di Le Villi ed Edgar: il compositore viene introdotto dai volti e dalle parole di altri, ancor prima che dalla figura di Alberto Lionello. Nella sequenza iniziale, fatta di lunghi primi piani e accurati dialoghi, troviamo un formidabile Tino Carraro nei panni di Giulio Ricordi, onnipresente angelo custode determinato a sostenere l’attività del giovane e promettente musicista di fronte allo scettico consiglio di amministrazione della casa editrice. A questo si alterna il colorito siparietto dello sfortunato Alfredo Catalani, intento a sottolineare di fronte agli amici il carattere spocchioso e la mancanza di talento del conterraneo rivale; si passa poi all’energica e appassionata Elvira Bonturi (Ilaria Occhini), compagna di una vita, attraverso la quale subito emerge l’irrequietezza sentimentale di Giacomo.

Da questi presupposti si sviluppano le vicende narrate, fatte di complessi e tormentati rapporti umani, non raramente portati all’esasperazione, e di un percorso creativo sospeso tra l’euforia dei grandi successi e lo scoramento per la mancanza d’ispirazione, dell’idea giusta, di quella cosa che renda l’opera musicalmente e teatralmente perfetta. Il tutto vissuto sul filo di un’inquietudine insanabile e crescente con lo scorrere inesorabile degli anni.

Ecco quindi la determinante, a tratti incondizionata, fiducia imprenditoriale e paterna di Giulio Ricordi, ripagata con una stramba commistione di gratitudine e indolenza; segue invece il rapporto burrascoso con Tito (Luciano Alberici), successore nella direzione della casa editrice, percorso da una sottile rivalità e diffidenza reciproca. Spassosi i quadretti con i librettisti Giuseppe Giacosa (Mario Maranzana) e Luigi Illica (Vincenzo De Toma), misurato e composto il primo, impaziente e impulsivo il secondo: una coppia comica, spalla ai seri, e al contempo divertenti, tormenti creativi di un Puccini apparentemente impossibile da accontentare nelle sue fumose e impetuose richieste.

In tutto questo, la dinamica, la più importante, della relazione con la moglie Elvira, croce e delizia, costante guida e punto di riferimento, amata con debordante passione, tradita con altrettanta leggerezza e a volte perfino temuta; la bella Ilaria Occhini rende i tratti di una donna gelosa e sanguigna, di cui Floria Tosca sembra quasi essere una proiezione, ineluttabilmente votata alla violenza di un grande amore che dà vita e corrode allo stesso tempo. Questo esasperato sentimento sarà causa della tragica vicenda legata alla cameriera Doria Manfredi (la cantante Nada, giovanissima al tempo), su cui il regista Paolo Benvenuti ha recentemente fatto luce, nonché costante motivo di riflessione per Sybil Seligman (Ingrid Thulin), intima amica di Puccini e quasi espressione della sua coscienza.

In pressoché totale aderenza alla biografia del Maestro, le psicologie dei personaggi (sia protagonisti sia comprimari) risultano ben delineate attraverso l’attenta sceneggiatura di Dante Guardamagna; la recitazione appare calibrata e puntuale in ogni aspetto, rispondente a un unitario progetto poetico in cui nulla è lasciato al caso. Come se le lezioni di questi e altri grandi fossero cadute nell’oblio, siamo ben lontani dalle spesso deprimenti fiction attuali, dove chiunque può improvvisarsi attore in assenza di una coerente linea registica.

Uniche e preziose le scene delle rappresentazioni teatrali, che maggiormente hanno subito i tagli in fase di adattamento televisivo; come in un corale omaggio, vengono convocate alcune fra le ultime grandi voci che la storia della lirica può vantare, senza speranza che il presente possa reggere il confronto. Il possente Placido Domingo è il cavaliere Des Grieux in Manon Lescaut, primo successo indiscusso del Maestro, Katia Ricciarelli diviene la delicata Mimì in La Bohème, la bellaAnna Moffofa rivivere lo strazio di Madama Butterfly; l’apoteosi si raggiunge però con Tosca, di fronte all’irripetibile vigore canoro e interpretativo di Mario Del Monaco (Cavaradossi) e alla potenza baritonale di Tito Gobbi (Scarpia). Dopo aver vinto un primo momento di  commozione di fronte a tali autorevoli saggi di maestria, davvero è inevitabile interrogarsi circa i tristi tempi che la lirica (e non solo) sta vivendo, soprattutto per quanto riguarda la reale presenza ed educazione di nuovi talenti.

Dopo una cruda e realistica incursione nell’atroce malattia che lo conduce alla morte, lo sceneggiato si conclude con le lapidarie parole del direttore d’orchestra Arturo Toscanini (Giancarlo Dettori), che interrompe la rappresentazione della prima di Turandot (25 aprile 1926, Teatro Alla Scala di Milano) alla la morte di Liù, ultima scena musicata. Segue un ingombrante silenzio, durante il quale scorrono i titoli di coda.

Strepitoso Alberto Lionello: se lieve è la somiglianza nei tratti somatici, in certi momenti accentuati grazie a un sapiente uso di trucco e fotografia, impressionante è la resa della psicologia del Maestro, in assoluta sintonia con ciò che di lui è dato sapere tramite le fonti a disposizione, innumerevoli e tuttora in fase di aggiornamento. Schiettezza tutta toscana nei modi, ironia, voglia di divertirsi e godersi la vita purché lontano dalla mondanità, urgenza creativa, passione e inconfessata deferenza verso la figura femminile: il tutto sorprendentemente condito con una perenne, sottile irrequietezza che lo accompagna in ogni gesto e si trasforma in commossa malinconia nel corso del pietoso avanzare della vecchiaia. Questo è Puccini, fragile uomo prima ancora che musicista, divino nel suo essere così incredibilmente terreno.

Puccini 1973 ( III )

Puccini (1973) Regia di Sandro Bolchi. Sceneggiatura di Dante Guardamagna. Consulenza di Mario Labroca ed Enzo Siciliano. Scene e costumi di Ezio Frigerio. Regia delle opere liriche: Beppe De Tomasi. Scene e costumi: Carlo Tommasi, Franca Squarciapino. Girato quasi interamente nei luoghi originali.

Cinque puntate di 65 minuti circa ciascuna.
Interpreti principali: Alberto Lionello (Puccini), Ilaria Occhini (Elvira, moglie di Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Mario Maranzana (Giacosa),

Interpreti della terza puntata: Josè Quaglio (Victorien Sardou), Luciano Alberici (Tito Ricordi), Antonio Guidi (Beppe, fratello di Elvira), Alina Moradei (Ida), Arturo Dominici (Frank Neilson, direttore del Covent Garden), Paola Quattrini (Gianna), Rosetta Salata e Silvia Arzuffi (attrici nella Butterfly a Londra), Carlo Reali (David Belasco), Guido Lazzarini (il medico che visita Puccini), Antonio Fattorini (Tonio, figlio di Puccini), Vasco Santoni (fattore di casa Puccini), Nada Malanima (Doria Manfredi), Pierluigi Zollo (Manfredi, fratello di Doria), Ruggero De Daninos (avv. Rota), Gianfranco Mauri (un ligéra), Gianni Rubens, Walter Valdi, Giancarlo Busi (tre disturbatori alla prima della Butterfly).
Cantanti: Mario Del Monaco, Tito Gobbi, Clara Petrella.

3.

La terza puntata inizia a Milano nel 1898, con le cannonate di Bava Beccaris sparate direttamente sulla folla di manifestanti. E’ un evento che a scuola, nei corsi di storia, viene sempre dimenticato; ma che ebbe profonde ripercussioni negli anni seguenti. Vi furono molti morti, il numero preciso non è mai stato documentato. Il regista Bolchi mette molte immagini di quei giorni, si tratta delle fotografie originali di Luca Comerio che fu uno dei primi veri fotoreporter.
Di seguito, vediamo Puccini con il librettista Luigi Illica nello studio di Victorien Sardou, a Parigi, in attesa di essere ricevuti: si tratta della Tosca, opera teatrale di grande successo già prima di essere messa in musica. Sardou è uno degli scrittori più celebri di quel periodo, lo studio è probabilmente quello originale. Si attende l’arrivo di Tito Ricordi, figlio di Giulio, che ha ormai preso in mano gli affari di Casa Ricordi; Sardou ha detto che vuole parlare solo in presenza di un rappresentante ufficiale della casa editrice. Nell’attesa, Illica rimprovera a Puccini la sua mancanza di interesse per quello che succede, mentre lui si è impegnato e sta dalla parte degli insorti. Puccini gli risponde, più o meno, che a lui interessa solo di vivere tranquillo e che in questi discorsi non vuole entrare.
Li raggiunge poi Tito Ricordi (l’attore è Luciano Alberici) e comincia il colloquio con Victorien Sardou, interpretato da Josè Quaglio. Ci sono delle discussioni, ma poi si trova un accordo; come tutti gli autori, anche Sardou temeva che si stravolgesse troppo il suo dramma.
Il grande successo di Tosca coincide con l’uccisione di re Umberto I a Monza, l’anno è il 1900. Di re Umberto riporto la voce della Garzantina: «Umberto I (Torino 1841- Monza 1900) re d’Italia – (1878-1900). Figlio di Vittorio Emanuele II, sposò la cugina Margherita. Di tendenze militaristiche e autoritarie, intervenne nella vita politica in senso reazionario: rafforzò i poteri della corona anche con leggi eccezionali, appoggiò il colonialismo di Crispi e approvò la repressione dei moti popolari di Milano nel’98. Fu ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci.»

La prima assoluta di Tosca è a Roma, proprio la città dove si svolge il dramma (che è ambientato in epoca napoleonica). Bolchi invece ci porta subito a Londra, sempre per Tosca, dove troviamo Tito Ricordi, Puccini, e Frank Neilson del Covent Garden. Puccini ricorda che per la prima di Tosca a Roma c’erano anche i Savoia, che il teatro fu perquisito perché si temeva ci fosse una bomba, poi conclude con leggerezza “meno male che l’hanno ammazzato adesso e non quando c’eravamo anche noi”, e per questa frase verrà poi aspramente rimproverato da Tito Ricordi in albergo, dando aperto inizio al loro dissidio. Però prima Puccini nota accanto alla locandina di Tosca un altro manifesto che lo incuriosisce molto, e chiede a Neilson se è possibile andarci: è il dramma “Madame Butterfly”, scritto dall’americano David Belasco. Si va a teatro e Puccini ne è entusiasta, non conosce l’inglese ma la storia è chiara, contatta subito Belasco nel retro del palcoscenico, e gli dice che vuole mettere in musica il suo dramma.

In albergo, la sera prima, c’era stato un aperto dissidio con Tito Ricordi: “tuo padre è come un padre per me, ma tu per me non sei un fratello, non mi sei neanche simpatico”. E insinua: “sei geloso, tuo padre ha più affetto per me che per te”. In albergo, Puccini trova anche una piacevole sorpresa: è arrivata la sua amante, Gianna.

In questo periodo cominciano i primi problemi di salute, il medico che lo visita gli dice di non fumare, la sua gola è molto irritata; ma Puccini si rifiuta di smettere. E’ il 1901, la morte di Verdi colpisce tutti profondamente. Sandro Bolchi ci fa ascoltare un frammento del Dies irae dalla Messa di Requiem di Verdi.

Puccini si compera l’automobile, la guida di persona, gli piace; ma poi un grave incidente gli costa la rottura di una gamba, e l’immobilità forzata a Torre del Lago. I giornali specificano: è rimasto con la testa vicino al motore, ha respirato molti gas di scarico. Giacosa va a trovarlo, ci sono difficoltà con l’adattamento della Butterfly e l’incidente sta rallentando il lavoro. Puccini è rimasto molto scosso dall’incidente, e a Giacosa dice, un po’ scherzando e un po’ serio, “adesso sono prigioniero dell’Elvira, non posso scappare”.
E’ in questi giorni che Puccini prende a servizio Doria Manfredi, una ragazza molto giovane; la vediamo accompagnato dal fratello, che si raccomanda molto con Puccini. Puccini ha ormai una certa fama, in fatto di donne, e il fratello della ragazza se ne preoccupa.
Nelle scene successive vediamo Puccini convalescente che continua a lavorare sulla Butterfly; viene a trovarlo Luigi Illica, e Puccini gli annuncia che ha congedato definitivamente la Gianna, e che sta per sposare Elvira: il marito lucchese è morto, ora non ci sono più impedimenti.
Gianna va dall’avvocato Rota, legale della Ricordi; ha intenzione di intentare causa a Giacomo Puccini, e l’editore vuole evitare uno scandalo. Si trova un accordo, Bolchi racconta questa scena con molta delicatezza.
Siamo arrivati al 17 aprile 1904, la prima della Butterfly alla Scala: non fu un successo, il successo arriverà ma dopo qualche mese. Per spiegare almeno in parte cosa successe, Bolchi e Guardamagna mettono in scena i ricatti effettuati da un capoclaque (l’ottimo Gianfranco Mauri, un altro attore del Piccolo Teatro) che all’ingresso della Scala ferma prima l’avvocato Rota, poi Tito Ricordi in persona; fa capire che vuole soldi altrimenti farà fischiare l’opera. Entrambi se ne vanno senza dargli peso, ma la Butterfly viene continuamente interrotta da clamori, fischi, risate.
Nel retro di un palco vediamo a consiglio Giulio Ricordi, Tito Ricordi, Illica, Giacosa e Puccini; le repliche di Butterfly saranno per il momento sospese. Puccini, ancora appoggiato alle stampelle, guarda verso il palcoscenico, ascolta la sua musica, non si capacita dell’insuccesso.

La verità probabilmente è questa: Madama Butterfly era un’opera davvero nuova, sicuramente nel soggetto, e aveva bisogno di tempo per essere capita. Nel 1904 non era ancora possibile, come facciamo oggi, ascoltare e riascoltare la musica nuova.

Nei filmati d’opera, vediamo Mario Del Monaco in “Tosca” che canta “E lucevan le stelle”; sempre in Tosca, il baritono Tito Gobbi canta il finale del primo atto. Clara Petrella è invece l’interprete delle scene da Madama Butterfly, che nella puntata successiva sarà invece affidata ad Anna Moffo.

I DEMONI (1972)

28 maggio 2017

Regia di Sandro Bolchi. Con Luigi Vannucchi, Lilla Brignone, Warner Bentivegna, Glauco Mauri. Per sapere di più su Luigi Vannucchi si può visitare la Pagina Fb a lui dedicata, ricca di foto e informazioni:
http://www.facebook.com/pages/Luigi-Vannucchi/37363959535

 

 

Corriere della sera agosto 1978 – Sandro Bolchi per la morte di Luigi Vannucchi

AVEVA CONFIDATO: “IL SONNO E’ UN COMPLICE CHE MI TRADISCE”

di Sandro Bolchi

Era sempre percorso da un tremito che, prima di rifugiarsi nel sorriso, andava a frangersi sulle mani, lunghe e indocili.

Timido e scontroso, rabbrividiva se una porta tardava ad aprirsi, se il saluto di un amico gli sembrava distratto, se il telefono nella casa di un altro suonava a vuoto e lui si sentiva trafitto da quegli squilli inutili.

Esitava a vivere, quasi la vita fosse malarica e gli attizzasse solo la pelle; e, per rassicurarsi, fingeva una fatuità catanese che non apparteneva a quel suo bel volto da professore universitario, dove l’intelligenza sudava da ogni poro.

Attore coltissimo, di quelli che girano con i libri sotto il braccio, ma i libri hanno le pagine tormentate, ferite da continui colpi di matita, annotate sui margini, azzannate dalla furia di sapere. Gigi fece molte cose con me: ma fu, soprattutto, il barone Santafusca ne Il cappello del Prete di De Marchi.

Arrivò alle prove stanco e afflitto da una depressione che curava di nascosto, quasi si vergognasse di averla. Doveva imparare il napoletano che conosceva poco. Passava ore ed ore con Franco Sportelli che gli insegnava le cadenza giuste, ma lui non era mai contento.

Di notte si aggirava per i vicoli della città di cui voleva rubare il fiato segreto, le parole più lievi e la ribalderia: “i gesti, insegnami i gesti utili”, mi supplicava, ” non avere fretta con me, se no il cuore mi si spacca”.

Con la lobbia bianca, l’abito gessato, una barba incerta che gli brulicava sul mento, la voce che volle spegnere, umiliare perchè aveva paura della sonorità, fu grandissimo. E anche allora gli occhi bruciavano, quasi a dire: “presto, facciamo presto, non fateci incenerire”.

Poi fu Stavroghin ne I demoni , dove la ferocia non concedeva mai lo spazio di un sorriso. Un corvo, con le ali aperte per coprire una morte già pronta a volar via. “Bentivegna fa Kirillov: un grande personaggio, che vede nel suicidio il più alto segno del libero arbitrio!” lui diceva.

Vannucchi prese a parlarmi della morte come fuga: “una fuga vile”, sussurrava, “ma se uno non ha più voglia di respirare, se il cielo gli sembra solo un telone dipinto, se la solitudine prende alla gola, dilaniandola?”.

Eravamo sulle rive del Danubio e lui vi buttava dei sassi. “Ecco,essere uno di questi sassi…Ma nuoto benissimo, non aver paura…”, e scoccò una delle sue risate gelide che tagliavano l’aria, subito raddolcita dai denti teneri, affettuosi.

Decidemmo di essere grandi amici: lui, sua moglie Franca, mia moglie, mia figlia, Sabina e Luca, i suoi figli, io. Al mare per molti anni tutti assieme, a Forte dei Marmi, che ha il mare tiepido e la spiaggia lunga, dove si passeggiava per ore e ore. La sera restavamo soli Gigi ed io. Vedevamo chiudersi gli ombrelloni e, chissà da dove, una mestizia ci precipitava addosso; allora lui mi diceva di aver paura di una notte troppo lunga. “Andiamo da qualche parte, ma andiamo. Il sonno è un complice che mi tradisce troppo spesso”.

Prese a tremare: ma quando lo vidi, anni dopo, nella grigia stanza del Vizio assurdo fare Pavese, fui io che ebbi un brivido. Si era ingobbito, trascinava un povero corpo dal sangue canuto che era quello di Pavese, non il suo. Anche lo sguardo si era rattrappito dietro gli occhiali e c’era, in scena, il tragico telefono nero che Gigi afferrava quasi fosse un cuore, rovesciandogli dentro la sua pena di esistere, se “lei” non lo voleva più. E, dietro, si avvertiva la Torino gonfia di umido: una città, come la Roma di ieri l’altro, alla fine della sua “bella estate”.

Andai ad abbracciarlo in camerino: gli dissi tutto il mio affetto, la mia emozione e lui mi guardava attonito, dentro un vestito che gli cascava da tutte le parti, siccè sembrava un trampoliere inseguito da chissà quali presagi. “Chissà se Pavese sarebbe contento”, mormorò e mi fu facile vedere nelle pieghe del volto l’indicibile scoramento di chi sulla scena ha goduto una morte forse sfiorata altrove, in quei tramonti color viola che atterriscono l’orizzonte.

C’era altra gente che andò via quasi subito. Allora, chissà perchè, prese a recitarmi i bellissimi versi di Cardarelli: “morte non mi ghermire/ ma da lontano annunciati/ e da amica mi prendi/ come l’estrema delle mie abitudini”.

Forse ci siamo lasciati quella sera, lanciandoci ogni tanto quegli atroci “ci vediamo, no?”, che vogliono dire io sto a casa mia e tu stai a casa tua; poi un giorno, quando ci sembra che la voce cominci ad avere un’eco troppo desolata, allora si telefona: e sovente non c’è nessuno dall’altra parte o perchè è fuori, al lavoro, in vacanza, con una donna.

Oppure, come Gigi, perchè è morto.

IL CROGIUOLO (1971)

27 maggio 2017

IL CROGIUOLO di Arthur Miller
Un film(teatro per la tv) di Sandro Bolchi. Con Renzo Montagnani, Ileana Ghione, Annamaria Guarnieri, Cinzia De Carolis – Gianna Piaz- Nando Gazzolo–Drammatico, – Italia 1971.

TRE QUARTI DI LUNA (1971)

25 maggio 2017

Con Umberto OrsiniTino CarraroRuggero Miti Drammatico– Italia 1971

di Luigi Squarzina
Regia: Sandro Bolchi
Data: 07/07/1971 09/07/1971
Canale: Secondo Programma
Interpreti: Bidello: Andrea Matteuzzi; Contadina: Winnie Riva; Elisa Rambelli: Franca Alboni; Enrico Rambelli: Ruggero Miti; Gianni Macchi: Arturo Corso; Ginnasiale: Ezio Nava; Ispettore Butti: Tino Carraro; Linda Bartoli: Letizia Frezza; Madre di Enrico: Giuliana Pogliani; Mauro Bartoli: Rodolfo Baldini; Patronessa: Wilma Casagrande; Preside: Umberto Orsini; Prof. Casalis: Andrea Checchi; Prof. Clemente: Gianny Musy; Professore di ginnasio: Oreste Rizzini;

I CORVI (1970)

24 maggio 2017

Un film di Sandro Bolchi. Con Rina MorelliPaolo StoppaRenzo Ricci Drammatico– Italia 1970.

Madame Vigneron, moglie dell’industriale Monsieur Vigneron, sta organizzando una cena alla quale sono invitati l’anziano Monsieur Teissier, socio in affari di Vigneron, Bourdon, notaio dei due imprenditori, Georges de Saint-Genis, promesso sposo di una delle tre figlie di Vigneron, sua madre Madame de Saint-Genis e i suoi testimoni di nozze, il generale Fromentin e Monsieur Lenormand. Monsieur Vigneron scherza con il figlio e le figlie, preoccupate per la sua salute, e nell’allegria generale dell’atmosfera manifesta soddisfazione per la condizione agiata che ha raggiunto grazie alla collaborazione con Teissier. Poco prima della cena tuttavia, colpito da un’apoplessia fulminante, Monsieur Vigneron muoreUn film di Sandro Bolchi. Con Rina MorelliPaolo StoppaRenzo Ricci Drammatico– Italia 1970.

IL CAPPELLO DEL PRETE (1970)

23 maggio 2017

 Miniserie televisiva composta da tre puntate, trasmesse in prima visione dalla RAI dal 1º febbraio 1970 al 15 febbraio 1970].

Diretto da Sandro Bolchi, lo sceneggiato è ispirato all’omonimo romanzo di Emilio De Marchi del 1888, che è considerato uno tra i primi veri romanzi polizieschi in lingua italiana. Protagonista è Luigi Vannucchi nel ruolo del barone Carlo Coriolano di Santafusca. Del cast fanno parte anche Mariano RigilloFranco SportelliGuido AlbertiAchille MilloBruno CirinoGiacomo FuriaAngela Luce.

 

 

I FRATELLI KARAMAZOV (1969)

22 maggio 2017

Come nel romanzo originale di Fëdor Dostoevskij, al centro della storia è la vicenda umana di una famiglia dilaniata dall’interesse materiale, appunto quella dei Karamazov (un padre, Fedor, e tre figli – Dmitri, Ivàn e Alksej – oltre ad un quarto naturale, Smerdjakov, avuto dal capostipite in seguito ad una relazione con una nota vagabonda della cittadina in cui si svolge la vicenda), capace di trasformarsi in un groviglio di vipere.

Sotto l’aspetto del cast, lo sceneggiato poteva essere considerato un vero e proprio colossal, tali e tante erano gli artisti impiegati, molti dei quali di primissimo piano e di formazione teatrale. Oltre agli interpreti principali, l’organico poteva contare sui seguenti attori:

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E di colpo i Karamazov invasero le case degli italiani

Che poi, neanche c’è da starci tanto a pensare sopra, si sa. Buttarsi o non buttarsi? Buttarsi, signora Karenina, tra binario e motrice – sotto il treno, dopo averlo fatto tra le braccia di quel bellimbusto del conte Vrònskij. “Nell’obliqua ombra serale dei sacchi ammassati sulla banchina, Vrònskij…”. Non si può mettere piede in una stazione, pare, tanto all’inizio della faccenda quanto alla fine della stessa, senza incappare nel milite seduttore. Anna K. dietro la veletta, Anna K. dietro i vetri ghiacciati.

Che poi, neanche c’è da starci tanto a pensare sopra, si sa. Buttarsi o non buttarsi? Buttarsi, signora Karenina, tra binario e motrice – sotto il treno, dopo averlo fatto tra le braccia di quel bellimbusto del conte Vrònskij. “Nell’obliqua ombra serale dei sacchi ammassati sulla banchina, Vrònskij…”. Non si può mettere piede in una stazione, pare, tanto all’inizio della faccenda quanto alla fine della stessa, senza incappare nel milite seduttore. Anna K. dietro la veletta, Anna K. dietro i vetri ghiacciati. Anna K. col cagnolino, Anna K. senza cane. Anna K. con la mamma del conte stesso – e lei che parla dei figli suoi, e la genitrice che parla del figliolo suo: a riprova che in viaggio non si dovrebbe dar confidenza a nessuno. Il primo incontro: Vrònskij sulla banchina, Vrònskij in carrozza. Lui fa l’occhio assassino, Anna K. fa l’occhio insieme sdegnoso ma attento. Un poveraccio sotto il treno per cominciare, lei sotto il treno per finire. Ognuno sa. Nella nuova “Anna Karenina”, da poco andata in onda su Rai Uno, Vittoria Puccini si fa (saggiamente) il segno della croce, una bimbetta accanto si fa il segno della croce pure lei. Apocalisse nell’aria. Fine. Titoli di coda. Allora? Nella vecchia “Anna Karenina” che tutti rimpiangono, Lea Massari si aggira solitaria su notturni binari – “Attenta, signora, a momenti passerà il treno”, l’avverte diligente il ferroviere – si toglie la veletta, si sente e si vede la locomotiva giungere, e giù (che poi, magari gli spettatori son sempre di troppo acile contentamento, ma farsi segare a metà per Vrònskij/Pino Colizzi, onestamente, con certi baffetti evocativi di un amministratore di condominio…).

Perciò, 1974 vs 2013: diciannove milioni di spettatori contro cinque milioni e passa, ma si sa, tutt’altra televisione, canali moltiplicati, pubblico vagante – allora, quasi quarant’anni fa, persino l’operetta “L’acqua cheta” ne faceva venti. Scrive ora Aldo Grasso sul Corriere che “sembra di assistere a un vecchio sceneggiato della Rai con iniezioni di modernità”; annota su Repubblica Antonio Dipollina che pare, l’Anna Karenina sospesa sui binari, “atto dovuto alla tradizione dei classici – ma quelli veri – divulgati alle masse”. Quelli veri – dunque. Che quelli sì – prima che lo sceneggiato diventasse fiction, prima che la monumentale lunghezza con cui appunto venivano divulgati alle masse si contraesse in due rapide serate (come i treni, forse pure la messa in scena ha preso l’alta velocità). E peraltro, occorre tener conto che pure quella storica “Anna Karenina” arrivava in televisione quasi al tramonto di un’epoca, come sempre Grasso segnala nella sua “Storia della televisione italiana”: “Sandro Bolchi si affanna a mantenere in vita un genere in cui la Rai comincia a non credere più. Straordinaria la presenza di Lea Massari: da sola regge le sei puntate”.

Fu comunque un genere a suo modo grandioso, quello dello sceneggiato televisivo. In tutt’altra Italia, va da sé: in bianco e nero, dalle sere brevi e le notti lunghe, un linguaggio che si scopriva e non ancora (troppo) s’imbastardiva, massimo due canali dove scegliere, un bottone o l’altro e pace, un ordine sociale/politico che stava per schiantarsi ma che ancora pareva solido. Fu grandioso, quel genere, perché portò milioni di persone (masse, si sarebbe detto; masse, si diceva) a prendere visione, prima elementare consuetudine (a prendere lettura magari più difficilmente: ma anche lì, si fecero molti più passi avanti di mille festival di letteratura o di lettura o di presentazioni di libri in rapido divenire: “Questa moda di presentare i nuovi libri, come i re dal balcone presentavano alla folla il principe ereditario appena nato, è recente…”, segnalava allarmato Ennio Flaiano nel 1962), con Tolstoj e Dostoevskij, Melville e Dumas, Emily e Charlotte Brontë, Stevenson e Thackeray e Chesterton, Cronin e Thomas Mann, Flaubert e Maupassant, Hugo e Jane Austen, Bulgakov e Dürrenmatt, Balzac e Pusˇkin, Dreiser e Lamartine, Dickens e Goncˇarov. Omero, persino – con la sua “Odissea” introdotta, puntata dopo puntata, da Giuseppe Ungaretti; persino Virgilio e la sua quasi indigeribile “Eneide”. Ovviamente gli italiani. Ovviamente Manzoni e i suoi “Promessi sposi”, ovviamente Collodi col suo “Pinocchio”, ovviamente De Amicis col suo “Cuore” – e poi Palazzeschi, Bacchelli, Fogazzaro, Nievo, Alianello, Deledda, fino a De Marchi, Capuana, Verga, Pellico, Silone, Svevo ecc. ecc. Quasi una regola, quello che ora pare eccezione – ciò che adesso la televisione (a torto, qualcuno dice; a ragione, c’è chi sostiene) non è più in grado di sopportare o di saper fare.

Bene, almeno. Sensatamente, perlomeno. Persino l’Osservatore Romano, nel 1959, per raccontare i primi cinque anni di vita dell’italica Rai, elencava ammirato: “Nel complesso, oltre le centinaia di rubriche varie e di trasmissioni periodiche a carattere fisso, la Tv italiana ha presentato finora circa quattrocento lavori di prosa, una cinquantina di opere liriche, quattordici romanzi”. Uno dei grandi registi di questa fenomenale infornata di classici nella programmazione, insieme a Sandro Bolchi, fu Anton Giulio Majano – da “David Copperfield” a “Delitto e castigo”, da “La cittadella” a “La fiera della vanità”, da “Jane Eyre” a “L’isola del tesoro”, da “Una tragedia americana” a “Piccole donne”… “Majano – scrive Grasso – rappresenta felicemente l’ortodossia della regia televisiva nel teleromanzo”. Al tramonto ormai definitivo di quella stagione, nel 1990, il regista spiegava al Corriere della Sera ciò che era stato e ciò che si preparava a essere: “E continuo ad allibire constatando come esistano ancora degli addetti ai lavori – o pseudo tali – che confondono la fiction o il film con il romanzo sceneggiato, che è una lettura visiva analitica, e quindi fedele – o che si sforza di essere tale – dell’opera narrativa. Il film, invece, condizionato dalla durata, ne è tutt’al più un condensato tipo Reader’s Digest, e la fiction è priva normalmente di qualsiasi contenuto artistico”. Ciò che adesso è (l’opposto è), lo spiega benissimo sull’Espresso Carlo Freccero, che piuttosto invita a concentrarsi sui telefilm americani, le nuove grandi serie, “come fanno tutte le persone intelligenti ancora in circolazione”. Sostiene Freccero: “Mentre la Rai finanzia ancora sceneggiati alla Bernabei, tanto è vero che il più grande produttore di fiction in circolazione è ancora lui, i nuovi telefilm dettano il linguaggio dei tempi e mettono al bando l’ascolto distratto tipico della televisione. Per essere capiti richiedono una concentrazione assoluta e anche visioni successive. Reggono moltissime repliche e non si consumano”. La massa (la quantità), “progressivamente sostituita dalla moltitudine come somma di differenze, un concetto che ho preso in prestito da Toni Negri”. Però lo stesso, una decina di anni fa, si chiedeva addirittura l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: “Perché non rileggere i romanzi storici dell’Ottocento e provare a tradurli in sceneggiati?”.

Eppure qualcosa resta. Persiste. Forse persino risorge – così che gli scaffali delle librerie sono piene dei Dvd di quegli sceneggiati, escono allegati ai giornali, diluiscono serate e giorni interi di voraci spettatori: forse nostalgici alcuni (nostalgia canaglia?), incuriositi altri. “Ci guardiamo ‘I fratelli Karamazov’, domenica prossima?”. Nel caso, ci vorrebbe l’intero fine settimana: trecentocinquanta minuti, Umberto Orsini e Lea Massari, Salvo Randone e Carla Gravina, Corrado Pani e Sergio Tofano in scena. Regia di Sandro Bolchi. Otto puntate – allora il decimo Dostoevskij televisivo. Weekend con un ponte di mezzo per gli storici “Promessi sposi”, sempre di Bolchi, 480 minuti, anno 1967, interpreti Tino Carraro e Franco Parenti, Salvo Randone e Lea Massari, Massimo Girotti e Luigi Vannucchi. Oltre a Renzo e Lucia, Nino Castelnuovo e Paola Pitagora. “Negli sceneggiati c’era sempre molto teatro – spiegò lo stesso regista, molti anni dopo – perché lo sceneggiato si richiamava al teatro, non si richiamava al cinema. Questo è il fondamento del genere. Gli attori erano attori di teatro e non di cinema, i mezzi erano della televisione e non del cinema per cui chiaramente gli espedienti erano della televisione”. Fu un evento, quello sceneggiato, cinquecento milioni di costo, persino l’annuncio della scelta di Lucia data in diretta al telegiornale, interrompendo un servizio sulla guerra in Vietnam. “La sua trasposizione dei ‘Promessi sposi’, fedele, umile e ossequiosa, resta una pietra miliare nella storia della tv italiana” – Grasso sul Corriere, quando Bolchi morì. Il punto limite, il massimo possibile – fu giudicato da alcuni (Angelo Romanò). Sette puntate, quasi novanta minuti a puntata, per “La fiera delle vanità” – “sceneggiato-fiume”, nel 1967. Cinquecento minuti per “La cittadella”, nel 1964. Due attrici furono tra le formidabili protagoniste di quella stagione – e di molte altre, a teatro: Ilaria Occhini e Anna Maria Guarnieri. Occhini iniziò nel 1956 con “L’Alfiere”, fu “Jane Eyre” con Raf Vallone, “Graziella” con Corrado Pani, la sventurata Sonja di “Delitto e castigo” con Luigi Vannucchi, la virtuosa Emmy Sedley nella “Fiera delle vanità”, insieme ad Adriana Asti, maliziosa Becky Sharp, protagonista con Alberto Lionello di “Puccini”. Guarnieri ha avuto anch’essa il suo Dostoevskij, “Umiliati e offesi”, con Enrico Maria Salerno, anzi due, c’è pure “L’idiota” con Giorgio Albertazzi e Gian Maria Volontè, “David Copperfield”, e soprattutto “La cittadella”, con Alberto Lupo, insieme a “E le stelle stanno a guardare” – tra minatori e miniere del Galles ricreate in quel di Massa Marittima, là in Maremma. Del resto, la foresta tropicale de “L’isola del tesoro” (1959) era il più rassicurante bosco laziale, e la Siberia di “Resurrezione” (1965, con Lupo e Valeria Moriconi) fu resa evocatica accontentandosi dell’altopiano di Aremogna, a Roccaraso.

Si andava pure in diretta, in quei primi anni di sceneggiati televisivi. Ogni puntata, come a teatro – senza registrazione. Ride, Ilaria Occhini: “Mi ricordo che stavo recitando ‘Graziella’ con Vallone, lui era già un attore molto famoso, fascinoso, affettuoso. Stavamo facendo una scena d’amore, quando una camera che ci doveva riprendere divenne cieca. Insomma, non vedeva più. Ma noi dovevamo lo stesso continuare ad andare avanti. Al buio, per intuito. Si sentiva solo la voce del regista che diceva: aria sulla Occhini! aria su Vallone! Oppure quando si recitava e intanto, dietro di noi, spostavano le pareti, le scenografie, così in pochi minuti, tra un abbraccio e l’altro, si passava dalla sala di un castello a una strada di Londra. Recitavamo allo stesso modo del teatro, lo studio era piccolissimo, non c’erano due ambienti, giravano le pareti mentre eravamo in primo piano…”. Ride, al ricordo, pure Anna Maria Guarnieri: “Da una bocca all’orecchio, la camera ci metteva venti minuti. Se una lacrima scendeva, quarantacinque minuti. Un incubo! Si andava in diretta, facendosela sotto. Poi, magari, dopo la programmazione del venerdì sera, era prevista la replica della domenica, e noi a ripetere in diretta la stessa identica puntata. Erano tempi diversi, rarefatti. Però era fantastico quel bianco e nero, anche il cinema in bianco e nero sembra più bello. Il colore appiattisce tutto, non c’è paragone”. Quegli sceneggiati, quei personaggi che finivano nelle poche case che già avevano il televisore direttamente dalle pagine di romanzoni ottocenteschi – o romanzoni novecenteschi: quelli di Cronin – magari fino ad allora ignorati, consacravano alla curiosità, alla popolarità, a curiose identificazioni. Per dire, Alberto Lupo, il buon dottor Manson, viene addirittura invitato a un congresso di medici veri. “Io sono un’irriconoscente, per molti versi – dice Guarnieri –. Gli sceneggiati davano molta popolarità, che a me pareva molta seccatura. Essere riconosciuti per strada era un incubo. Però poteva servire, per esempio, per aiutare mia sorella a trovare un posto all’asilo nido. Lei mandava me, io mi presentavo: buongiorno, sono quella che ha fatto ‘La cittadella’, potete trovarmi un posto all’asilo?”. Con più (ironico) piacere, Occhini rievoca quei momenti. “Mi ricordo una persona che, in via Condotti, dopo che avevo fatto ‘Jane Eyre’, mi si inginocchiò davanti. Quando andava in onda lo sceneggiato, prima dei film nei cinema facevano vedere la puntata di quella sera. Dicevano: stasera con l’Ilaria…”. Con qualche rimpianto, come sempre succede. “Bolchi mi chiese di fare il provino per Lucia dei suoi ‘Promessi sposi’. Io testarda rifiutai. Perché devo fare il provino? Vengo dall’accademia… Una presunzione idiota”. Sbuffa (con sorriso) Anna Maria Guarnieri: “Debbo riconoscerlo: sono un’ingrata. Quando mi sento ancora e sempre chiedere della ‘Cittadella’ e delle stelle che stanno a guardare, uffa! Sono andate troppo bene. Ancora adesso incontro carampane della mia età che mi dicono: avevo dieci anni, lottavo sempre con la mia mamma per vedere ‘La cittadella’ dopo ‘Carosello’, non volevo andare a dormire. Ma scusate, tutte dieci anni avevate? Però Alberto era veramente una persona carina, insieme eravamo due fifoni, due ipocondriaci. Ma nella ‘Cittadella’ ero troppo buona, troppo buona…”.

A quegli anni, i primi anni Sessanta, risale il lungo amore tra Ilaria Occhini e Dudù La Capria – il giovane scrittore napoletano e quella che a lui appariva “la diva della nazione”, e di cui perdutamente s’innamorò. “L’incontro tra me e Ilaria era un fatto intimo, ma grazie agli sceneggiati finimmo in un turbinio di sguardi, anche in luoghi non molto frequentati. Su una spiaggia della Sardegna, davanti all’Asinara, non potevamo camminare, tutti volevano vedere Ilaria…”. Sono quasi cinquant’anni fa – più di cinquant’anni fa, e ancora Dudù ha lo sguardo fisso e stupito su quello schermo in bianco e nero: “La meravigliosa bellezza di Ilaria, mai nessuna in televisione bella come Ilaria…”. Ilaria: “Sì, ma intanto la gente un po’ pure si confondeva, ricordo un tassista che insisteva: lei è quella che ha fatto ‘La cittadella’! No, non sono io… Allora ha fatto ‘Una tragedia americana’!, replicava sicuro”. Insieme, Ilaria Occhini e Anna Maria Guarnieri, conservano un bel ricordo di quel Majano che tanti anni fa le portò in miniera e nei bassifondi di Pietroburgo. Ilaria: “Pensava sempre di fare cose importantissime. Era appassionato, bravo. Io venivo dall’accademia, ma mai ho avuto da ridacchiare su quello che diceva”. Anna Maria: “Ci ha resi tutti dei santini. Ma ci amava molto, ci proteggeva. Noi a volte sbuffavamo, irriconoscenti…”.

Majano e Bolchi. E poi, ancora, si chiamavano Edmo Fenoglio, Daniele D’Anza, Vittorio Cottafavi, Franco Enriquez, Giacomo Vaccari – forse il più moderno di tutti, morto a soli 32 anni in un incidente stradale: aveva appena terminato il “Mastro don Gesualdo” con Enrico Maria Salerno e Lydia Alfonsi. E forse Mario Landi e i suoi “Maigret” con Gino Cervi – in fondo, anche Simenon è (era) già un classico. Loro, soprattutto, gli artefici di quella stagione. E ancora attori: come Paolo Stoppa, Rina Morelli, Franco Volpi, Nando Gazzolo, Renato Rascel, Turi Ferro, Alida Valli, Arnoldo Foà… Stagione di cui Ciampi dal Colle invocava il ritorno, ma che ogni ritorno ha in realtà reso più distante e irripetibile – e ne hanno rifatte, pure molte, di “Cittadelle” con medici generosi e “Promessi sposi” braccati da bravacci e Innominati e di Anna K. in lacrime sul bordo di un binario: tutto molto più veloce; tutto molto più asmatico, col respiro mozzato. Altra televisione, altri occhi, altre orecchie. “Il successo è tale da costringere le sale cinematografiche a posticipare l’orario dell’ultimo spettacolo” – annota “La storia della televisione italiana” di Grasso persino per sceneggiati come “Il caso Maurizius”, del pur non notissimo Jakob Wassermann: impossibile prevederlo adesso. Pure, si dribblava tra le parole che era vietato usare (“membro”, per esempio, fosse pure uno del Parlamento, meglio di no: un po’ come diceva a proposito della questione Mark Twain: “Odio ripetermi”), e le raccomandazioni di cui tener conto: “Le relazioni illegali debbono sempre essere configurate come anormali” (perfetta, quindi, la locomotiva sulla fedigrafa), “Le danze non debbono consentire nudità immodeste” (diventino settanta, i sette veli della Salomè). Al massimo, altro poteva sfuggire alla censura: come la citazione di Marcuse che, temerariamente, Tino Buazzelli aggiunse alla sceneggiatura del suo “Papà Goriot” (1970) – “di cui solo pochi spettatori si sono accorti”. Non si faceva molta sperimentazione, con gli sceneggiati – un po’ azzardò Ugo Gregoretti col “Circolo Pickwick” (1968), ma non era il caso e non erano mai popolari i risultati. Il regista ammise di aver messo giù una sceneggiatura “kamikaze”, volendo rompere con gli sceneggiati alla Majano; Achille Campanile fu feroce e sublime: “La Tv ha trasformato in teppisti i quattro pickwickiani. La scena si svolge nell’Empireo. All’aprirsi del sipario anime di scrittori e di poeti passeggiano gravemente coi piedi sulle nuvole e la testa tra le medesime. Su una nuvoletta appartata, Dickens, il capo tra le mani, singhiozza amaramente. Intorno a lui si stringono colleghi costernati, con facce di circostanza”. Così come avvertiva Bolchi, padre nobile dell’arte dello sceneggiato: “Io non sono d’accordo con quanti sostengono che un testo debba servire da pretesto, perché un regista possa poi ricreare una sua opera personale. Se ciascuno di noi ha qualcosa da dire, qualcosa che ‘urge’ dentro, non vedo perché debba usare violenza al lavoro di altri”.

C’era un’inviolabilità, dello sceneggiato televisivo – ben recitato, un po’ pedante, popolare seppur non superficiale (rispetto a certe fiction di oggi, “Il mulino del Po”, pur con il suo ritmo rallentato “per riprodurre i ritmi arcaici del mondo contadino” – il solito Grasso – o “Il giudice e il suo boia” hanno la solennità di un’adunata dell’Accademia dei Lincei). E infatti, violato il suo codice, in tutt’altro si è trasformato. La fiction, appunto. Le serie – le moltissime italiane, le infinite americane. Il linguaggio mutato. Le facce che sono tutt’altro. Dicono molto, le facce dei protagonisti degli sceneggiati.

Andrebbero studiate. “Eravamo molto giovani, ma non lo sembravamo”, spiega Anna Maria Guarnieri. Erano facce di un’altra epoca. Era giovane Alberto Lupo, per dire, quando faceva il medico impegnato. Ma sembrava molto più anziano. Erano facce molto italiane – di quell’Italia, di una per sempre perduta fisiognomica. Nelle fiction di adesso, il protagonista magari è quarantenne (abbondante), magari sta lottando da solo contro una schifosissima accolita mafiosa, ma ha sempre qualcosa di bambinesco, di incompiuto, di non finito. Perché così adesso sembrano le facce degli italiani: incompiute. Ma non fu la crudeltà o l’insensibilità o la sola ottusità dei burocrati Rai (anche se furono capaci di non farsi vedere ai funerali di Majano, uno che aveva forgiato i loro anni migliori) a decretare la morte degli sceneggiati. Fu la loro stessa vecchiaia. Si spensero, serenamente e tra un po’ di distrazione, come certe vecchie zie dimenticate, fiori e qualche opera di bene – magari dopo una tardiva e femminista “Madame Bovary” nel 1978 (era Carla Gravina), o il primo nudo maschile nel 1982 (“Delitto di stato”, dal romanzo di Maria Bellonci), quello di Sergio Fantoni: “Mi chiedo perché la gente si meravigli tanto vedendo un nudo e resti indifferente quando un personaggio, per esempio, uccide un altro uomo”. Ecco – un po’ tutto accadde anche perché la gente cominciò a non meravigliarsi più tanto. A chiedere di più. Spesso era una lingua molto bella, almeno accurata, quella degli sceneggiati – nonostante la ripulsa di Leonardo Sciascia, “per me la televisione è come scrivere un libro sull’acqua: il nulla, il vuoto: ho un rifiuto totale a vederla”, e il “vade retro” imperioso di Guido Ceronetti, “l’immagine televisiva non ha il valore della fotografia: è degradata a serva della parola parlata, del gergo e della spiegazione chiara”. Però non era più una lingua utile – né, si capisce, è detto che una lingua utile possa essere una bella lingua. Ma anche la televisione non era più, e da parecchio, il fanfaniano “focolare dei tempi moderni” ove, nientemeno, attruppare “babbi, mamme e figlioli, a discorrere delle cose d’Italia”.

O forse i “tempi moderni” bruciavano così tanto da tracimare dal focolare di casa. C’erano i “Love boat” e i “Magnum P. I.” all’orizzonte, pallide stelle che annunciavano il mondo eretico e ardente e dannatamente più funzionale dei vampiretti seduttori, dei sopravvissuti di “Lost”, il fervore operativo di qualche squartatore sempre appostato nel campus – altro che il povero Darcy o i rancori dei “Buddenbrook” o le infelici “Sorelle Materassi” depredate dal nipote un po’ coglione. Oppure la raffinata struttura di serie come “Mad Men” e “Downton Abbey”. Non più lingua, linguaggi. Brevità. Rapidità. Da completare in fretta ogni cosa, per non lasciare ogni cosa incompiuta. O forse ogni cosa – conclusa o rimasta a metà che sia – persiste. “Nell’archivio permanente rimandato dalla Tv – assicura Carlo Freccero – la nostra giovinezza vive in eterno alimentando anche i miti delle generazioni successive. Per questo oggi manca quella benefica frattura che contraddistingueva il passaggio e lo scontro tra padri e figli. E’ tutto un unicum immobile”. Si è andati ovunque; si è rimasti sempre allo stesso posto. O si è finiti da dove si era partiti. Come l’Ulisse atteso da Irene Papas (sette puntate, 1968: ma per Achille Campanile “la poesia di Omero consisteva nel trasformare delle lavandaie in principesse. In queste riduzioni si fa il viaggio a ritroso: la poesia dei riduttori consiste nel trasformare delle principesse in lavandaie…”). Ritornati all’Itaca/Italia di partenza: la felicità del ritorno e l’inevitabile tedio dopo tanto vagare. Riapprodati insieme al “Conte di Montecristo” – anno 1966: ricchi (mica tanto) e spietati (speriamo non troppo). Pisù che altro solo molto annoiati. Forse. Anzi: di sicuro.

 

LE MIE PRIGIONI (1968)

21 maggio 2017

Le mie prigioni ,  sceneggiato televisivo della RAI trasmesso nel 1968 tratto dall’omonimo romanzo autobiografico completato da Silvio Pellico nel 1843.

L’adattamento televisivo della fiction era dovuto a Sandro Bolchi (responsabile anche della regia), Domenico CampanaDante Guardamagna e Lucio Mandarà (questi ultimi tre firmatari della sceneggiatura).

Lo sceneggiato andò in onda sull’allora programma nazionale in quattro puntate, nella prima serata della domenica (abitualmente dedicata all’epoca alla prosa televisiva), dal 7 gennaio al 28 gennaio 1968.

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE (1968)

20 maggio 2017 2 Commenti

Morte di un commesso viaggiatore,  di Arthur Miller, 1949. Adattamento e regia di Sandro Bolchi. Interpreti: Paolo Stoppa e Rina Morelli.

Willy Loman è un viaggiatore di commercio che per tutta la vita ha percorso centinaia di migliaia di chilometri, girando le varie città degli Stati Uniti, parlando con la gente che incontra per il suo lavoro.  Loman si considera insuperabile nel suo mestiere ma ha ormai raggiunto l’età per andare in pensione, o quasi. Nonostante sia stanco e logoro continua però a macinare chilometri con le sue borse da piazzista, illudendosi così di essere sempre come un tempo. Finché una sera, mentre guida la sua auto, perde il controllo, sbanda improvvisamente e per poco non finisce fuori strada. Un piccolo incidente, classificato di poca importanza, ma comunque un segnale d’allarme per Loman  che, per questo,  comincia a riflettere sulla sua vita, presente e passata, fino al tragico epilogo.

I MISERABILI (1964)

18 maggio 2017

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I miserabili è uno sceneggiato televisivo in 10 puntate, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, andato in onda sul Programma Nazionale della RAI nel 1964, diretto da Sandro Bolchi, con Gastone MoschinTino Carraro e Giulia Lazzarini come interpreti principali: « il più lungo romanzo sceneggiato mai realizzato dalla televisione »

Versione robusta, dignitosa, del classico di Hugo. Tino Carraro è splendido come il cattivo Javert, ma Gastone Moschin è troppo monocorde come Jean Valjean. Valjean è un ex galeotto che s’è ricostruito una vita in una città di provincia dove è diventato sindaco. Ma il poliziotto Javert lo riconosce e lo costringe a fuggire. La resa dei conti avverrà molti anni dopo sulle barricate della Comune di Parigi.

http://www.teche.rai.it/2016/01/sandro-bolchi-sul-set-de-i-miserabili-1964/

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/page/Page-4cba0ecd-6299-4b87-810d-c1697373d472.html

I PROMESSI SPOSI (1967)

18 maggio 2017 2 Commenti

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I Promessi sposi sono un romanzo storico ambientato nella Lombardia del 1628-1630, che ha per protagonisti i giovani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella il cui matrimonio viene impedito dal signorotto del loro paesedon Rodrigo, a causa di una futile scommessa col cugino Attilio. In seguito a un tentativo di rapimento della ragazza, i due fidanzati sono costretti a separarsi e a fuggire, andando incontro a una serie di disavventure (Lucia incontrerà la monaca di Monza, l’innominato, il cardinal Borromeo, mentre Renzo sarà coinvolto nei moti popolari a Milano il giorno di S. Martino del 1628 e dovrà rifugiarsi nel Bergamasco). La peste del 1630 farà in modo che i due promessi si ritrovino nel lazzaretto di Milano e, in seguito alla morte del loro persecutore a causa dell’epidemia, potranno infine sposarsi e trasferirsi nel territorio di Bergamo.
Il romanzo ha avuto due edizioni, la prima del 1827 e la seconda, definitiva, del 1840-42, uscita a dispense e illustrata da Francesco Gonin in collaborazione con altri disegnatori. In appendice a questa seconda edizione Manzoni pubblicò la Storia della colonna infame, saggio storico che ricostruisce il processo agli untori di Milano del 1630 di cui dà sommariamente conto nel cap. XXXII del romanzo.

Con l’avvento del cinema e poi della televisione il romanzo ha subìto una serie di adattamenti per il grande e il piccolo schermo, che hanno avuto sicuramente il merito di avvicinare l’opera a un vasto pubblico (anche se la sua diffusione nelle scuole come lettura obbligatoria ne ha di fatto determinato la popolarità, con tutti i limiti del caso) e hanno suscitato in molti casi dubbi e perplessità, come solitamente accade quando una grande opera letteraria subisce una “riduzione” a beneficio di un’altra forma d’arte. Val la pena di ricordare anzitutto il film del 1941 (il primo sonoro, dopo tre precedenti versioni mute) diretto da Mario Camerini, con Gino Cervi e Dina Sassoli nei panni dei due promessi, produzione dai costi considerevoli e più che dignitosa nella ricostruzione del romanzo anche se i risultati artistici sono modesti (il film fu prodotto dalla Lux e vedeva nel cast molti attori del cosiddetto cinema fascista, benché la pellicola non risentisse del clima politico dell’epoca). Decisamente più interessante lo sceneggiato televisivo prodotto dalla Rai nel 1967 e diretto da Sandro Bolchi, trasmesso in otto puntate e con un cast di tutto rispetto fra cui ricordiamo Nino Castelnuovo (Renzo), Paola Pitagora (Lucia), Luigi Vannucchi (don Rodrigo), Salvo Randone (l’innominato), senza contare la “voce narrante” di Giancarlo Sbragia che fungeva da raccordo fra i vari momenti della vicenda. La sceneggiatura fu scritta dal regista in collaborazione con Riccardo Bacchelli e la serie televisiva riscosse un grande successo di pubblico, incontrando anche il favore della critica per l’estrema aderenza al testo manzoniano (il regista si valse anche della collaborazione del Centro Nazionale di Studi Manzoniani e a tutt’oggi è considerata una delle migliori trasposizioni filmiche del romanzo).

Lo sceneggiato I promessi sposi tra i più apprezzati della storia della Rai

Fedele al testo manzoniano, lo sceneggiato aveva tra i suoi protagonisti Salvo Randone, Luigi Vannucchi, Lea Massari e due attori allora sconosciuti nel ruolo di Renzo e Lucia: Nino Castelnuovo e Paola Pitagora. Dopo ”Cristo si è fermato a Eboli” di Rosi, continua il lavoro di recupero e messa a disposizione di tutti dei preziosi programmi storici RAI, consultabili e scaricabili sono uno strumento per studiosi e studenti. In particolare utili per la scuola e i ragazzi che possono accedere alla storia del nostro Paese in maniera facile e gratuita.

Per I promessi sposi 20 milioni di telespettatori

Lo sceneggiato rimane una pietra miliare nella storia della Rai. Le otto puntate in onda la domenica sera, nel 1967 ebbero più di 18 milioni di telespettatori. La qualità di interpretazione, di scrittura e di regia, rappresenta infatti un punto raramente ripetuto nella storia dell’emittente televisiva di Stato. Quando l’intrattenimento della Rai coincideva con la grande cultura. Come ricordò Sandro Bolchi in un’intervista di alcuni anni dopo, «Il successo che ebbe lo sceneggiato contribuì a una vendita clamorosa del romanzo, adempiendo così allo scopo che mi ero proposto. Non ricordo i dati delle vendite del libro ma credo che anche questi fossero clamorosi».

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DEMETRIO PIANELLI (1963)

17 maggio 2017 1 Commento

Bella riduzione del romanzo di De Marchi. Un contabile che da tempo vive al di sopra dei suoi mezzi, quando è oppresso dai debiti si uccide affidando la sua famiglia al fratello Demetrio. Costui si prende cura dei nipoti e della cognata e pian piano s’innamora della frivola ma affascinante donna, che metterà la testa a partita, ma quando deciderà finalmente di riprendere marito preferirà al povero Demetrio un altro parente.

Il fratello suicida di Demetrio Pianelli, il protagonista dell’omonimo romanzo “impiegatizio” d’ambientazione milanese scritto da Emilio De Marchi nel 1890, è il personaggio che porta il nome di Cesarino. Nella storia narrata da De Marchi Cesarino Pianelli, detto Lord Cosmetico per l’eleganza e la bellezza, è il fratello – per la precisione  il fratellastro quasi quarantenne di Demetrio – è sposato con la bellissima Beatrice ed ha tre figli, la dodicenne Arabella e due maschi più piccoli, Mario e Naldo. Cesarino gestisce il circolo Monsù Travet, al quale sottrae duemila lire per pagare debiti di gioco. Per non essere scoperto prende mille lire alla posta, dove lavora come cassiere, approfittando dell’assenza dell’altro cassiere Martini, partito per assistere la moglie morente. Al rientro di Martini, Cesarino viene scoperto: cerca disperatamente di trovare il denaro per restituirlo ma nessuno lo aiuta, né il ricco Melchisedecco Pardi, proprietario di una fabbrica di nastri di seta, con cui è molto amico, né il suocero, che deve ancora versargli una parte della dote. Cesarino viene denunciato e per questo si suicida, impiccandosi nel solaio della casa. Alla famiglia viene fatto credere che è morto per un malore. Prima di procedere al proprio suicidio, Cesarino lascia una lettera per il fratello Demetrio, in cui gli chiede di occuparsi della famiglia e di riparare il debito di mille lire. Demetrio è figlio dello stesso padre di Cesarino, ma hanno avuto madri diverse. Demetrio è più anziano di oltre dieci anni e i due fratelli hanno avuto un’educazione assai diversa, rozza quella di Demetrio, raffinata per Cesarino. Demetrio è uno scapolo non bello con abitudini da contadino, vive con uno stipendio da impiegato del Demanio di mille e quattrocento lire annue. Da anni tra Demetrio e Cesarino erano cessati i rapporti, e Cesarino parlava del fratello come di una persona avara e bigotta. Demetrio accetta di farsi carico della famiglia del fratello, scopre che il fratello suicida era in realtà ricoperto dai debiti, e da qui inizia la vicenda lungo la quale si disnoda l’intricata trama del romanzo. Nel 1963 la Rai trasse, dalla vicenda di Demetrio Pianelli ideata dalla fantasia di de Marchi, uno sceneggiato televisivo diretto da Sandro Bolchi e interpretato da Paolo Stoppa, Raoul Grassilli, Loretta Goggi, Mara Berni, Manlio Busoni, Ave Ninchi, Gianrico Tedeschi, Tino Scotti e un giovanissimo Luca Ward. Il programma fu trasmesso sul Programma nazionale dal 22 settembre al 13 ottobre per un totale di 4 puntate.

IL CAPANNO DEGLI ATTREZZI (1963)

16 maggio 2017

Un film di Sandro Bolchi. Con Carlo D’AngeloAnna MiserocchiAldo Silvani Commedia– Italia 1963.

Lo scrittore James Callifer torna alla casa dov’è nato. Qui incontra il suo vecchio zio, un parroco, che gli salvò la vita quando aveva quattordici anni. Dopo tanti anni James scopre i retroscena di quell’episodio ed i motivi della vicenda umana dello zio che ha perso la fede.

L’ OSCURO DELITTO DI JAMES

SAN MINIATO – a testimoniare quanto il cattolicesimo di Graham Greene non ami avvalersi di moralismi e di teoremi abilmente trascendenti, e quanto invece il suo talento, sia stato talora più incline a fiutare i tormenti, i dubbi, le reticenze di chi non fa professione di fede, ecco in decorosissimo stile, e piacevole, la proposta da noi quasi inedita di un suo testo teatrale, “The Potting Shed” dato in “prima” nel ‘ 57 a Broadway, che aggiunge adesso nuova dialettica e una tensione anche molto spettacolare alla Festa del Teatro sanminiatese, giunta al quarantunesimo vaglio estivo. Il Capanno degli attrezzi così suona in italiano il titolo dell’ opera ritradotta con efficace disinvoltura ed empirismo di linguaggio da Alvise Sapori (che stavolta adotta il finale londinese, “processuale”, così rimediato dallo stesso autore per implicare tutto un nucleo, e non solo le sorti individuali), questo lavoro che il regista Sandro Bolchi, già a suo tempo realizzatore di una versione televisiva, concepisce come un odierno miracle play, ma anche come un giallo, ha la prerogativa accattivante di non agitare problemi di religione, ma di presupporli ai margini di tanti alibi, di tante esclusioni, di tante impossibilità o inconoscibilità di amare. E c’ è di mezzo un segreto, una verità scomoda e censurata che fa fatica a tornare a galla, sicchè il dramma è imperniato proprio sul suspence di una decifrazione, di uno scavo che dilania e insieme poi ridesta le coscienze di una famiglia. Una famiglia squisitamente inglese, in una villa mal ridotta inglese il cui patriarca, grande assertore darwinista, è allo stremo. Greene dunque non fa appello ai credenti, a un qualsivoglia stato di grazia già attecchito. Greene batte il terreno dei materialisti, dei laici, dei senza dio, e però, qui sta il suo enorme intuito umano e letterario, fa sentenziare a un certo punto che un miracolo può provocare più di un caso d’ omicidio, nell’ era che corre. E, fatto arcano, non razionale, in casa Callifer è avvenuto. Se ne hanno le prime avvisaglie quando nel giardino stinto del cottage (ottima scenografia naturale sulla piazza del Duomo di San Miniato, in una specie di teatro di posa all’ aperto con frontespizio, staccionata e vimini), prende forma sempre più corale, e però disturbata, la veglia al leader che sta spegnendosi: ad essere presenti e militanti sono la moglie devota Mary, il figlio John con la nipotina Anna, l’ amico e discepolo Bastan, l’ ex moglie (Sara) d’ un altro figlio invece assente, James, non convocato in quanto estromesso, portatore di scompensi, di un ricordo da seppellire. Avvertito dall’ innocente Anna che poi sempre più calzerà i panni di detective, mettendo tutti a disagio, e stranito lui stesso, James invade il campo, ma non gli è dato modo di salutare il padre morente. Vige una remora, un off limits. Perchè! Lui, anni prima, se ne era andato abbandonando lì la giovane consorte, privo di momenti affettuosi, in preda a frustrazioni mai chiare, congedato quasi volentieri dai suoi. Mentre l’ intangibile capotribù agonizza, è soltanto la ragazzina a far aleggiare di nuovo la voce di un episodio spaventoso, occorso nel capanno della villa, protagonista lo zio James nella sua infanzia. Cambia scena, e vediamo il parente emarginato cercare inutilmente soccorso da un analista, prima che la “rivelazione” cominci ad illuminarlo, e sarà quando una domestica sopravvissuta lontano gli riferirà d’ un suo adolescenziale tentativo di suicidio, a quattordici anni, in quel ripostiglio, col laccio al collo, e salvato solo dalla preghiera di Padre William, uno zio prete già malvisto per la sua scelta dottrinale. Graham Greene ci fa scorgere il meccanismo con una maestria e una chiave che francamente, direi, è mancata persino ai nostri commediografi più cattolici. Il successivo dialogo, quasi un’ agnizione, con lo zio parroco altrettanto alla macchia, senza più dedizione, svela che al gesto disperato del giovane (violentato dal carisma paterno) lui già in abito talare promise in cambio, pur di averlo salvo, il suicidio della propria fede, tanto che a miracolo avvenuto si dissipò esercitando solo alla peggio il suo sacerdozio. L’ incontro fra nipote e zio è una scena straordinaria di teatro. Ambedue mettono un po’ fine a un debito di smarrimento, e toccherà agli altri, alla moglie riguadagnata, alla madre che ridimensionerà man mano le certezze dello scientismo, culminare in un summit di famiglia assolutorio, peraltro non edificante. Pregevole il montaggio di Bolchi, anche adottatore, e avvincente la sua regia. James è un Carlo Simoni ambiguo ed esangue. Il personaggio della madre, arcigna e anche provvida, è perfetto appannaggio di Regina Bianchi. Mario Maranzana sa dare corrusca pena a un prete in crisi. Tutte in semitoni adeguati le prove degli altri, di Margherita Guzzinati (Sara), di Giorgio Bonora, di Joyce Leoni, di Enrico Baroni, di Sergio Fiorentini, di Rina Franchetti e Micaela Giustignani. Scene e costumi un po’ da thrilling anglosassone di Aldo Buti, non meno delle musiche di Luciano Bettarini.

di RODOLFO DI GIAMMARCO

IL MULINO DEL PO’ (1963)

14 maggio 2017

Un film di Sandro Bolchi. Con Raf ValloneGiulia LazzariniTino CarraroRena Owen – Storico– Italia 1963 – Il mulino del Po è  andato in onda nel 1963. Fu trasmesso in cinque pun tate nella prima serata domenicale dal 13 gennaio al 10 febbraio sul Programma Nazionale

Uno dei picchi del romanzo sceneggiato tv negli anni Sessanta, Sandro Bolchi trascrive ottimamente per immagini la prima parte del romanzo di Bacchelli, servendosi di una sceneggiatura dello stesso autore. Ottime caratterizzazioni di Tino Carraro, Gastone Moschin e Vittorio Sanipoli. Raf Vallone è un po’ atteggiato, ma indubbiamente efficace nella parte del protagonista Lazzaro Scacerni, un ex soldato napoleonico che si mette a fare il mugnaio nella bassa padana. Attraverso mille difficoltà (il suo nemico giurato è un ex pirata, il Raguseo) riesce a conquistare la prosperità.

Composta da cinque puntate, la serie va in onda la domenica sera dal 13 gennaio al 10 febbraio ed è girata per gran parte nel paese di Crespino, in provincia di Rovigo; la regia è di Sandro Bolchi.
Sceneggiato dallo scrittore insieme allo stesso regista, Il Mulino del Po,  in realtà, è l’adattamento del primo volume che compone l’opera di Bachelli, intitolato Dio ti salvi. La mole del romanzo è infatti molto ampia, copre un arco temporale che va dall’epoca napoleonica al primo Novecento.

Dopo l’esperienza del ’63, visto il successo riscosso, il regista e l’autore si misero nuovamente al lavoro per completare l’opera. Nel 1971 lo sceneggiato ebbe dunque un seguito composto da quattro nuove puntate: queste coprivano gli altri due volumi del romanzo, La miseria viene in barca e Mondo vecchio sempre nuovo.
Stessa location, ancora il paese di Crespino, cambiano invece gli interpreti, che ora sono Valeria MoriconiRaoul Grassilli, Ottavia PiccoloGiorgio Triestini; tra gli atri inoltre, comparivano due cantanti quali Ornella Vanoni e Nanni Svampa.
Un ricambio di attori necessario visto che il racconto scritto da Bacchelli non ha un unico protagonista, ma diverse generazioni che si succedono alla guida di un mulino, ricchezza della famiglia intorno a cui ruota l’intera narrazione. L’Italia intanto, vive la dominazione napoleonica, il Risorgimento e la prima guerra mondiale.

La storia inizia quando Lazzareno Scacerni, un capitano dell’esercito napoleonico in Russia, torna in Italia: qui, ricevuti alcuni beni per aver prestato soccorso al capitano Mazzacurati, l’uomo costruisce un mulino il cui nome è Diotisalvi. Su di esso, in segno augurale, viene dipinto San Michele che uccide il diavolo con una spada.
Di generazione in generazione, la proprietà si trasmette di padre in figlio, attraversando le vicende storiche che hanno segnato l’Italia nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Dal matrimonio con Dosolina nasce Giuseppe, padre di Lazzarino, che raggiunge Garibaldi e muore a Mentana.

A fortune alterne, Bachelli segue le vicende dei discendenti di Lazzareno Scacerni, il nipote Lazzarino e i suoi figli Princivalle e Giovanni. Ultimo della famiglia sarà Lazzaro Scacerni, un orfano adottato da Giovanni e morto sul Piave nel 1918.

ENRICO IV (1961)

10 maggio 2017

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Un film di Sandro Bolchi. Con Tino BuazzelliCarlo D’AngeloGiancarlo Sbragia Drammatico– Italia 1961.

Prestigioso spettacolo che inaugurò il secondo canale (oggi Raidue). Tino Buazzelli dilaga nel personaggio costruito su misura di Sir John Falstaff, il vecchio gentiluomo di ventura alla corte di re Enrico IV. Compagno di bisbocce del principe ereditario Hal, Falstaff si vede cacciato da Hal quando costui ascende al trono col nome di Enrico V.

Regia: Sandro Bolchi – in due parti
Data: 06/11/1961
Canale: Secondo Programma
Interpreti: Armando Michettoni: Armando Michettoni; Bardolfo: Michele Riccardini; Comare Quickly: Lina Volonghi; Conte di Douglas: Silvio Spaccesi; Conte di Northumberland: Mario Ferrari; Conte di Westmoreland: Silvano Tranquilli; Conte di Worcester: Luciano Alberici; Edmondo Mortimer: Antonio Pierfederici; Enrico Percy: Raoul Grassilli; Enrico principe di Galles: Giancarlo Sbragia; G. Biambrini: G. Biambrini; Gabriele Polverosi: Gabriele Polverosi; Guido Marchi: Guido Marchi; Lady Mortimer: Esmeralda Ruspoli; Lady Percy: Valeria Valeri; Lord Giovanni di Lancaster: Osvaldo Ruggeri; Oste: Alfredo Salvatori; Owen Glendover: Nino Pavese; Peto: Manlio Guardabassi; Re Enrico IV: Carlo D’Angelo; Sir Blunt: Leonardo Severini; Sir Falstaff: Tino Buazzelli; Sir Vernon: Fernando Caiati; Vittorio Manfrino: Vittorio Manfrino; Vittorio Soncini: Vittorio Soncini;

RE LEAR (1960)

8 maggio 2017

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Un film di Sandro Bolchi. Con Salvo RandoneAnna MiserocchiRaoul Grassilli Drammatico– Italia 1960

Un vecchio re crede di potersi ritirare a vita privata, lasciando il suo regno nelle mani delle figlie. Le due maggiori ci mettono poco a impadronirsi di tutto e a ridurre il padre a un povero vagabondo. Ma arriva alla riscossa la terza figlia che ha sposato il re di Francia. Dopo una furiosa battaglia, un’ecatombe ha luogo. Muore Lear e con lui tutta la sua dinastia.

ANNA CHRISTIE (1960)

8 maggio 2017

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Un film di Sandro Bolchi da Eugene O’ Neal. Con Anna ProclemerSalvo RandoneAlberto Lupo Drammatico– Italia 1960.

Chris Christopherson, uno svedese-americano comandante di una chiatta da carbone, incontra in una taverna del porto di New York sua figlia Anna. Non l’aveva più vista da quando, all’età di cinque anni e dopo la morte della moglie, l’aveva mandata a vivere presso una famiglia di parenti nel Minnesota, convinto che una vita sana e semplice non potesse che giovarle. Anna invece, a sedici anni, era stata sedotta da un cugino e, turbata da questo, era fuggita a San Paolo ed era diventata una prostituta. La vita all’aria aperta e il mare, l’essersi riunita al padre e l’incontro di Mat Burke, un naufrago bello e vigoroso che era stato raccolto sulla chiatta, permetteranno ad Anna di diventare una donna completamente nuova.

NON SI DORME A KIRKWALL (1960)

6 maggio 2017

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Regia di Sandro Bolchi, Programma Nazionale, Italia, 15 luglio 1960, bianco e nero, sonoro. Tra gli interpreti, Alberto LionelloTino BuazzelliElsa Merlini.

Protagonista della vicenda è il pastore Mac Niff, parroco di Kirkwall, un paese situato su di un’isoletta scozzese: impigrito e segnato dagli anni e da una sorella zitella, il pastore chiede al vescovo un viceparroco che l’aiuti nella cura dei parrocchiani. E l’assistente infatti arriva, ma prima del previsto. Da quel momento la tranquilla esistenza del parroco e di tutto il paese sarà travolta dai moderni metodi di Newt, il viceparroco, che del pastore protestante ha solo l’abito.

Newt è in realtà un diavolo insubordinato che si è affiancato al pastore per salvare sì delle anime, ma soltanto per far dispetto a Satana. Ne accadono di tutti i colori; ma alla fine tutto si aggiusta nel migliore dei modi: Mac Niff impara che non è lecito essere pigri quando si ha cura d’anime e l’ex diavolo finisce per innamorarsi dell’acida e autoritaria sorella di Mac Niff.

 

LA PAZZA DI CHAILLOT (1960)

5 maggio 2017

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Un film di Sandro Bolchi. Con Sarah FerratiTino CarraroLina Volonghi Avventura– Italia 1960.

La «pazza di Chaillot» è una stravagante donna che i barboni di Parigi considerano un po’ la loro regina. Quando la pazza viene a conoscenza che una multinazionale vuole trivellare il sottosuolo di Parigi per cercare il petrolio, fa catturare gli speculatori dai barboni, che li processeranno e li metteranno in condizione di non più speculare.

IL CONTE AQUILA (1959)

1 maggio 2017

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Un film di Sandro Bolchi. Con Tino CarraroSarah FerratiLuigi Cimara Commedia– Italia 1959.

Nel 1821 il conte Federico Confalonieri, con altri patrioti milanesi, contando sull’atteso inizio della rivoluzione militare piemontese, prepara la insurrezione nel Lombardo-Veneto. Quando il conte viene arrestato dalla polizia austriaca, questa tenta invano di ottenere da lui utili informazioni sulle relazioni intrattenute col Piemonte. Per giungere ai suoi fini, l’astuto giudice istruttore Menghin pensa di servirsi della moglie del Confalonieri, Teresa Casati, alla quale sottopone le prove dell’infedeltà del marito. Il conte aveva avuto infatti una fugace passione per una gentildonna polacca, la contessa Jablonowska. Il Menghin spera che Teresa, ferita e umiliata dalla rivelazione del tradimento, si lasci indurre a rivelare i piani segreti del marito. Ma la contessa si rifiuta di farsi delatrice ed, avuta notizia della condanna capitale pronunziata contro il marito, non esita a recarsi immediatamente a Vienna, per invocare a favore del conte, l’intervento dell’imperatrice. Ella riesce infatti a far revocare la sentenza, insinuando nell’animo del sovrano il dubbio che una condanna capitale, fondata su semplici prove indiziarie, avrebbe forse potuto nuocere al prestigio dell’impero. La sentenza di morte viene commutata nella condanna al carcere a vita ed essendosi il Confalonieri fermamente rifiutato di “collaborare”, cioè di fare delle rivelazioni sui rapporti politici da lui precedentemente intrattenuti, viene rinchiuso nello Spielberg, mentre Teresa, duramente provata dalle sofferte angoscie, muore pronunciando il nome dello sposo adorato.

 

RUY BLAS (1959)

30 aprile 2017

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Un film di Sandro Bolchi. Con Nando GazzoloElena ZareschiRaoul Grassilli Drammatico– Italia 1959.

Basato sul dramma di Victor Hugo, con  Gastone Moschin, Ruy Blas è il servo che Don Sallustio, Grande di Spagna, per vendetta verso il trono che gli ha fatto dei torti, fa passare per un aristocratico. Lo introduce a Corte dove, ricambiato, si innamora della regina e compie grandi imprese di ogni genere a favore del regno. Al  culmine della fortuna, benché sdegnosamente  ripreso dal cugino Don Cesare, un nobile autentico soprattutto d’animo, Don Sallustio rivela l’inganno. Disperato, Ruy Blas si suicida. La regina lo riabilita, durante le esequie, baciandolo in fronte ed esprimendogli il proprio amore.

FRANA ALLO SCALO NORD (1957)

28 aprile 2017

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Un film di Sandro Bolchi. Con Salvo RandoneSergio TofanoGiulio Bosetti Drammatico– Italia 1957.

In una città portuale s’è verificato un grave incidente in un cantiere di lavoro. Un giudice umano e illuminato deve accertare le responsabilità. Molti accusano un vecchio imprenditore (anzi il maggior accusatore è il figlio ribelle di lui). Dramma un po’ datato, ma degno di ricordo per le interpretazioni maiuscole di Randone (il magistrato) e Tofano (il decrepito intellettuale).

Frana allo scalo nord è il titolo di un dramma in tre atti di Ugo Betti (Camerino, 4 febbraio 1892 — Roma, 9 giugno 1953), che è stato un poeta, drammaturgo e giudice italiano. L’opera, come spesso in Betti, prende l’avvio da un’inchiesta giudiziaria su un incidente che è costato la vita a tre persone e giunge a porre angosciosi interrogativi sui grandi temi della colpa, della responsabilità e della pietà, attraverso un linguaggio insolitamente asciutto e intenso. Il tema tipicamente bettiano della Legge che non riesce a farsi Giustizia, e che di questa è costantemente in cerca postulando in questo suo inappagamento, l’esistenza di una trascendenza, è qui calato in un’atmosfera liricamente sospesa ottenuta per mezzo della forma (anche questa tipicamente bettiana) del dramma-processo dove i personaggi – che non debbono più agire, ma soltanto confessarsi – trapassano quasi senza sforzo dalla realtà al simbolo, fino a fondersi (sia i vivi sia i morti) in un unico coro invocante pietà. La versione televisiva venne mandata in onda dalla RAI il 20 marzo 1959 sul Programma Nazionale con la robusta regia di Sandro Bolchi. Interpretazioni maiuscole di Randone (il magistrato) e Tofano (il decrepito intellettuale).

Personaggi e interpreti: Aiello: Luciano Rebeggiani; AnnaNeda NaldiBeatrice MoscaElvira BetroneBert Anselmo: Gianni Bortolotto; Gaucker: Fosco GiachettiGiovanna Burke: Annamaria Alegiani; Giuseppetti: Riccardo Tassani; Goetz: Luciano Alberici; Holand: Mauro Barbagli; Jud: Cesare Bettarini; Kurz: Sergio Tofano; Menjura: Tony Garzena; Parsc: Salvo Randone; Ragazza del bar: Lucilla MorlacchiRosa Nasca: Wanda Benedetti; Signore miope: Giulio Bosetti;

Trama: Frana allo Scalo Nord ha la struttura di un’inchiesta giudizíaria: «l’azione si svolge in una città straniera, fra gente del luogo ed emigrati di vari paesi. Ai nostri giorni». Al Palazzo di Giustizia arriva l’Accusatore generale Goetz, per controllare e concludere il procedimento giudiziario che il consigliere Parsc ha avviato per individuare i responsabili di una frana che si è verificata in un cantiere durante la costruzione di uno scalo ferroviario e che ha provocato parecchie vittime. Da frammentarie e confuse testimonianze sembra che la maggiori responsabilità siano del costruttore Gaucker, che però si difende e le addebita alla Ferroviaria, la società da cui aveva ricevuto l’appalto dei lavori. Ma via via il processo si complica e si amplia e non riguarda più un fatto specifico e le singole persone, ma il senso della vita di ognuno di loro, le frustrazioni, i fallimenti, le miserie del quotidiano. Attraverso un accumularsi di particolari e di sfumature i personaggi arrivano a una nuova consapevolezza: di essere travolti, tutti, da “un ingranaggio”, di esserci tutti dentro, di essere tutti corresponsabili. Appaiono alla fine a dialogare coi vivi i morti, le vittime. Sia loro sia gli altri che intervengono nel dialogo sentono ora la loro vita come un destino di sofferenza, prendono coscienza di essere stati nient’altro che «poveri stracci». II dramma assume una dimensione simbolica; i morti, invitati a deporre da Goetz, replicano agli indiziati addossandosi tutte le responsabilità, quasi a voler interiorizzare simbolicamente la colpa a nome dell’intera umanità. E Parsc, dopo le ripetute insistenze dell’accusatore Goetz, emette una sentenza che invoca pietà ove la legge non riesca a tradursi in giustizia. Pertanto il giudice Parsc impossibilitato ad emettere «una condanna» conclude: «Noi dichiariamo che questi uomini pronunciarono, pronunciano essi stessi ogni giorno con la loro vita, con la loro pena, la giusta sentenza; trovarono essi stessi la loro certezza. E che forse dalle mani del giudice essi dovranno avere un’altra cosa, più alta: la pietà. La pietà». E a queste parole tutti «con voce sommessa» rispondono (è la conclusione del dramma) «Pietà Pietà»

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