SANDRO BOLCHI sito ufficiale

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I DEMONI (1972)

28 maggio 2017

Regia di Sandro Bolchi. Con Luigi Vannucchi, Lilla Brignone, Warner Bentivegna, Glauco Mauri. Per sapere di più su Luigi Vannucchi si può visitare la Pagina Fb a lui dedicata, ricca di foto e informazioni:
http://www.facebook.com/pages/Luigi-Vannucchi/37363959535

 

 

Corriere della sera agosto 1978 – Sandro Bolchi per la morte di Luigi Vannucchi

AVEVA CONFIDATO: “IL SONNO E’ UN COMPLICE CHE MI TRADISCE”

di Sandro Bolchi

Era sempre percorso da un tremito che, prima di rifugiarsi nel sorriso, andava a frangersi sulle mani, lunghe e indocili.

Timido e scontroso, rabbrividiva se una porta tardava ad aprirsi, se il saluto di un amico gli sembrava distratto, se il telefono nella casa di un altro suonava a vuoto e lui si sentiva trafitto da quegli squilli inutili.

Esitava a vivere, quasi la vita fosse malarica e gli attizzasse solo la pelle; e, per rassicurarsi, fingeva una fatuità catanese che non apparteneva a quel suo bel volto da professore universitario, dove l’intelligenza sudava da ogni poro.

Attore coltissimo, di quelli che girano con i libri sotto il braccio, ma i libri hanno le pagine tormentate, ferite da continui colpi di matita, annotate sui margini, azzannate dalla furia di sapere. Gigi fece molte cose con me: ma fu, soprattutto, il barone Santafusca ne Il cappello del Prete di De Marchi.

Arrivò alle prove stanco e afflitto da una depressione che curava di nascosto, quasi si vergognasse di averla. Doveva imparare il napoletano che conosceva poco. Passava ore ed ore con Franco Sportelli che gli insegnava le cadenza giuste, ma lui non era mai contento.

Di notte si aggirava per i vicoli della città di cui voleva rubare il fiato segreto, le parole più lievi e la ribalderia: “i gesti, insegnami i gesti utili”, mi supplicava, ” non avere fretta con me, se no il cuore mi si spacca”.

Con la lobbia bianca, l’abito gessato, una barba incerta che gli brulicava sul mento, la voce che volle spegnere, umiliare perchè aveva paura della sonorità, fu grandissimo. E anche allora gli occhi bruciavano, quasi a dire: “presto, facciamo presto, non fateci incenerire”.

Poi fu Stavroghin ne I demoni , dove la ferocia non concedeva mai lo spazio di un sorriso. Un corvo, con le ali aperte per coprire una morte già pronta a volar via. “Bentivegna fa Kirillov: un grande personaggio, che vede nel suicidio il più alto segno del libero arbitrio!” lui diceva.

Vannucchi prese a parlarmi della morte come fuga: “una fuga vile”, sussurrava, “ma se uno non ha più voglia di respirare, se il cielo gli sembra solo un telone dipinto, se la solitudine prende alla gola, dilaniandola?”.

Eravamo sulle rive del Danubio e lui vi buttava dei sassi. “Ecco,essere uno di questi sassi…Ma nuoto benissimo, non aver paura…”, e scoccò una delle sue risate gelide che tagliavano l’aria, subito raddolcita dai denti teneri, affettuosi.

Decidemmo di essere grandi amici: lui, sua moglie Franca, mia moglie, mia figlia, Sabina e Luca, i suoi figli, io. Al mare per molti anni tutti assieme, a Forte dei Marmi, che ha il mare tiepido e la spiaggia lunga, dove si passeggiava per ore e ore. La sera restavamo soli Gigi ed io. Vedevamo chiudersi gli ombrelloni e, chissà da dove, una mestizia ci precipitava addosso; allora lui mi diceva di aver paura di una notte troppo lunga. “Andiamo da qualche parte, ma andiamo. Il sonno è un complice che mi tradisce troppo spesso”.

Prese a tremare: ma quando lo vidi, anni dopo, nella grigia stanza del Vizio assurdo fare Pavese, fui io che ebbi un brivido. Si era ingobbito, trascinava un povero corpo dal sangue canuto che era quello di Pavese, non il suo. Anche lo sguardo si era rattrappito dietro gli occhiali e c’era, in scena, il tragico telefono nero che Gigi afferrava quasi fosse un cuore, rovesciandogli dentro la sua pena di esistere, se “lei” non lo voleva più. E, dietro, si avvertiva la Torino gonfia di umido: una città, come la Roma di ieri l’altro, alla fine della sua “bella estate”.

Andai ad abbracciarlo in camerino: gli dissi tutto il mio affetto, la mia emozione e lui mi guardava attonito, dentro un vestito che gli cascava da tutte le parti, siccè sembrava un trampoliere inseguito da chissà quali presagi. “Chissà se Pavese sarebbe contento”, mormorò e mi fu facile vedere nelle pieghe del volto l’indicibile scoramento di chi sulla scena ha goduto una morte forse sfiorata altrove, in quei tramonti color viola che atterriscono l’orizzonte.

C’era altra gente che andò via quasi subito. Allora, chissà perchè, prese a recitarmi i bellissimi versi di Cardarelli: “morte non mi ghermire/ ma da lontano annunciati/ e da amica mi prendi/ come l’estrema delle mie abitudini”.

Forse ci siamo lasciati quella sera, lanciandoci ogni tanto quegli atroci “ci vediamo, no?”, che vogliono dire io sto a casa mia e tu stai a casa tua; poi un giorno, quando ci sembra che la voce cominci ad avere un’eco troppo desolata, allora si telefona: e sovente non c’è nessuno dall’altra parte o perchè è fuori, al lavoro, in vacanza, con una donna.

Oppure, come Gigi, perchè è morto.

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